BLOG Cassero Salute

31 Gennaio 2010

Porn to be alive

Archiviato in: Piacere nella prevenzione, Prevenzione — Tag:, , — Cassero Salute @ 17:21

Non poche persone non vedono di buon occhio campagne di prevenzione con immagini che rimandano, più o meno esplicitamente, ai rapporti sessuali.

Francamente parlando, per il bigottismo ipocrita di palese matrice cattolica che sta percorrendo la nostra società non provo molto interesse, ma se parte di questa mentalità si riversa anche nel nostro modo di pensare e vivere il sesso allora la cosa mi riguarda, anzi ci riguarda.
La nostra città, Bologna, è caratterizzata dall’assenza, per il secondo anno consecutivo, di campagne pubbliche riguardanti le malattie a trasmissione sessuale. Ma è anche caratterizzata da un susseguirsi di picchi epidemici di epatite A che colpisce in particolare uomini omosessuali (ho un bel da chiedermi perché non facciamo il vaccino), per non parlare dei dati relativi alla sorveglianza dei casi di HIV recentemente usciti che hanno confermato che la media regionale dei casi di HIV è tra le più alte del Paese.

In Italia è difficilissimo parlare di sesso, di preservativi o mezzi di prevenzione. Associare questi ultimi al piacere sessuale è impresa ardua. Ancora oggi è idea comune che il preservativo va usato per evitare gravidanze o se si è malati (e ciò nonostante si pretende di fare sesso).
Survey non vengono svolte in Italia su questi temi, tranne qualcosa sulla salute riproduttiva.
Pochissimo viene fatto per promuovere i test diagnostici, al massimo qualche attività spot su camper; niente è mai stato fatto dalle autorità per prevenire lo stigma sociale che spesso ricade sulle persone colpite da MTS, come ben sanno le persone che vivono con l’HIV.
Pertanto non c’è da stupirsi se una quantità industriale di agenti patogeni trasmessi per via sessuale agiscono con relativa tranquillità in Italia.

Ma che cosa succede altrove nel pianeta? È possibile che tutti siano così bigotti da non nominare invano quella parola?
Ovviamente no.

Le best practices si sprecano in giro per il mondo, Europa inclusa. Da più parti ci si è resi conto che evitare l’argomento “pratiche sessuali” aiuta virus e batteri a fare meglio il loro lavoro.

L’associazione inglese Gay Men Fight AIDS (GMFA), ad esempio, da numerosi anni organizza corsi di formazione. Fra gli altri “The Arse class” è un corso, specifico per tutti gli MSM, che voglio imparare di più sul sesso anale (“arse” significa culo). Il programma comprende spiegazioni sul funzionamento del retto, come mantenerlo in salute, come migliorare la propria vita sessuale.
Lo so, fa ridere… ma è meglio sentirsele spiegare queste cose o impararle strada facendo, magari sperimentando malattie anali o, più banalmente, dolore durante i rapporti?

Più di recente alcune paludate organizzazioni hanno studiato la possibilità di utilizzare materiale pornografico per veicolare messaggi chiari di prevenzione nel mainstream gay.

Un bello studio, ad esempio, è stato presentato alla Conferenza mondiale AIDS di Città del Messico dal Victorian AIDS Council.
I ricercatori australiani hanno rilevato un problema nel conciliare le “pulsioni” implicite nelle campagne di prevenzione dalle MTS, con un certo conservatorismo dilagante nella comunità gay.
Hanno quindi preso in esame tre campagne che utilizzavano materiale esplicito e sono giunti alla conclusione che è possibile l’uso di materiale porno per veicolare messaggi di prevenzione, purché il processo veda un ampio coinvolgimento degli attori interessati.
Nel giro di poco tempo, “casualmente” in Australia è uscito il sito www.protection.org.au che tanto ha fatto discutere per l’utilizzo di immagini esplicite, peraltro opportunamente coperte da testi a mio avviso chiari e ben fatti. Qualche contrarietà l’ha creata anche al nostro interno soprattutto rispetto all’utilizzo di alcuni termini, come “sex pigs” (espressione comunemente usata nella ricerca sociale anglosassone in riferimento a persone che hanno numerosi partner sessuali).
Gli inglesi di GMFA sono andati ancora oltre con la produzione e distribuzione di un opuscolo dal titolo “Hot Sex”, dove le illustrazioni lasciano ben poco spazio all’immaginazione, e dove ad ogni immagine, corrispondono consigli relativi a come fare quella pratica godendosela ed evitando “incidenti”.

In nessun caso quindi le immagini pornografiche sono state veicolate in assenza di chiari messaggi sulla profilassi, è del tutto evidente che non sono sufficienti un preservativo indossato su un’erezione e un paio di fiocchi rossi per fare prevenzione.

Pur con tutte le differenze del caso e le difficoltà implicite nell’operare in Italia, il Cassero ha “aperto le danze” anche in questo campo e sta cercando di portare avanti questo tipo di impostazione che io trovo efficace non foss’altro perché diretta, oltre che supportata da ricerca scientifica.

Nel corso dell’anno che si è appena chiuso abbiamo prodotto alcune campagne, esposte in sede e nei locali del circuito commerciale, che sono state ben accolte dalla comunità e un breve spot realizzato, in occasione del 1 dicembre, con il contributo di alcuni soci e socie che hanno accettato di spogliarsi e mettere la faccia (e il culo) per la lotta contro l’AIDS.

Nella stessa direzione sta procedendo anche l’Associazione nazionale. Finalmente nelle campagne di Arcigay si incominciano a vedere corpi nudi e ritengo che, nonostante qualcuno lamenti una presunta mancanza di buon gusto, stiamo procedendo nella direzione giusta.

Sandro Mattioli
Responsabile Salute
Arcigay Il Cassero

24 Novembre 2009

IL PRESERVATIVO PROTEGGE!

Archiviato in: Diritti, Prevenzione — Tag:, — Cassero Salute @ 22:08

Esce la nuova campagna del Cassero per il 1 dicembre, la giornata mondiale per la lotta contro l’AIDS: “Il preservativo protegge!

Quel titolo sembra una ovvietà, ma non è così.

L’Istituto Superiore di Sanità stima, siamo ancora alle stime, 4000 nuovi casi di HIV all’anno in Italia.

Vuole dire quasi una nuova infezione ogni due ore!

Vuole anche dire che il preservativo, che, con buona pace dei pii custodi della morale, è l’unico valido strumento per fermare la diffusione del virus, non è ancora nell’agenda degli italiani.

Uso appositamente il maschile, perché, come ricordava uno slogan di UNAIDS (l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di AIDS) di qualche anno fa, è l’uomo che fa la differenza.

La fa soprattutto nel nostro Paese dove ancora oggi le donne denunciano difficoltà storiche a contrattare l’uso del preservativo o di altri mezzi di prevenzione come il misterioso femidom, dove ancora troppo spesso subiscono una concezione del piacere sessuale centrato sul ruolo del “maschio alfa”.

L’Arcigay di Bologna, consapevole del ruolo che svolge nella sua città, ha deciso di centrare la sua campagna sul preservativo.

Sull’uso del preservativo, sul toccare e prendere il preservativo.

Il 1 dicembre dalle ore 11 alle ore 16 saremo infatti in Piazza Ravegnana a Bologna, con un gazebo e una installazione: con alcune centinaia di preservativi, comporremo la scritta AIDS su un tabellone.
Chiederemo quindi alle persone, ai passanti, di allungare la mano e staccare un preservativo dal tabellone fino a far scomparire l’AIDS.

È un gesto semplice, un meccanismo banale che deve scattare automaticamente ogni volta che stiamo per fare l’amore, per avere un rapporto sessuale soprattutto se penetrativo.
E soprattutto noi uomini, perché lo sappiamo bene che quando si tratta di sesso i nostri neuroni tendono a spostarsi verso il basso e addio alle belle parole sulla prevenzione.

Naturalmente ripeteremo l’evento anche il 2 dicembre al Cassero Gay Lesbian Center durante la serata disco.

La comunità omosessuale infatti sta vivendo un periodo tutt’altro che tranquillo dal punto di vista dell’HIV.
Ignorata dall’autorità sanitaria e dalla politica, la nostra comunità si scopre al centro del problema HIV.
I dati che emergono dalla video-intervista degli infettivologi Guaraldi e Mussini del Policlinico di Modena (ai circa 60 nuovi casi di HIV, quest’anno se ne sono aggiunti circa 40 di ragazzi gay) e dal progetto Sialon, che scopre una prevalenza degna del continente africano nella comunità gay veronese, sono allarmanti.
Ancora di più se pensiamo che sono dati per lo più riferiti a ragazzi giovanissimi.

Questi sono i risultati delle campagne generaliste, della scarsa convinzione con cui i nostri politici e amministratori promuovono l’uso del preservativo perché più spaventati dalla reazione della curia di turno, che non dall’incremento dei casi di HIV.
Sono i risultati della pressoché totale assenza di campagne serie di contrasto alla discriminazione verso le persone omosessuali (non per caso il tema della discriminazione sarà centrale nella conferenza mondiale sull’AIDS del prossimo anno a Vienna) e delle persone sieropositive tutt’ora viste come untori.

Ancora troppo episodica la promozione del test per l’HIV, ancora troppo scarsa l’informazione che viene data per lo più concentrata nella sola giornata del 1 dicembre.

Ancora una volta devo concludere con l’HIV ringrazia.

Sandro Mattioli
Responsabile Salute
Arcigay Il Cassero

14 Novembre 2009

European AIDS Conference 2009

Archiviato in: Senza categoria — Tag:, — Cassero Salute @ 23:19

Si è conclusa la XII European AIDS Conference, organizzata a Colonia dall’11 al 14 novembre 2009, dalla European AIDS Clinical Society (EACS): un’associazione di clinici e ricercatori attiva nel settore dal 1991. La EACS è anche nota per essersi assunta l’onere di produrre le linee guida europee per la gestione clinica e della terapia delle persone con HIV in Europa.
La conferenza ha visto la partecipazione di 60 Paesi, oltre 600 gli abstract presentati (la raccolta è disponibile presso il Centro di documentazione del Cassero). Sono state presentate numerose ricerche, molte delle quali proposte da ricercatori italiani e anche, cosa che mi ha dato un certo orgoglio, da associazioni di pazienti come Nadir Onlus, con la quale collaboriamo frequentemente.
Nadir ha presentato numerosi panel relativi alla ricerca sociale Posit, e il nome di Nadir campeggiava anche su una ricerca medica relativa all’utilizzo di un farmaco antiretrovirale (nevirapina), a dimostrazione, non che ce ne fosse il bisogno, che anche le associazioni di pazienti possono promuovere ricerche serie e di rilievo.
Ne approfitto per ringraziare Nadir Onlus il cui interessamento ha reso possibile la mia partecipazione alla conferenza senza oneri per il Cassero. Le risorse del Cassero sono state utilizzate per consentire anche a Michele Novello di partecipare alla conferenza in qualità di social worker e quindi con un costo di iscrizione molto ridotto (e nonostante ciò, come si vede dalla foto, si sfamava con un po’ di insalata!).
Una nota di colore che mi piace segnalare: per la durata della conferenza, tutto il personale front end dell’hotel ha indossato il fiocco rosso, simbolo della lotta contro l’AIDS.

AIDS-Hilfe di Colonia ha accolto partecipanti con la esposizione, Europe against AIDS, di poster che mostrano come viene trattato il tema della prevenzione in Europa.
Sorpresa: anche la campagna di Arcigay “Sex Symbol” tanto criticata in Italia anche al nostro interno (a sproposito), ha trovato posto vicino alle campagne delle altre grandi associazioni europee.

La nostra campagna è risultata la più “pudica” fra quelle esposte, alcune delle quali lasciavano davvero poco spazio all’immaginazione.
Pochissimo lo spazio dedicato alla conferenza mondiale sull’AIDS che si terrà a Vienna a luglio del prossimo anno, solo un piccolo banchetto con pieghevoli in un corridoio poco frequentato.

La conferenza è iniziata con diversi simposi a cura di alcune multinazionali farmaceutiche. Fra gli altri ho trovato interessante quello di Tibotec dal titolo “Meeting the patient and physician expectation “. Interessante perché ha messo a confronto le aspettative del medico e quelle del paziente, tema importante per gestire una terapia a lungo termine. Sul palco c’era proprio un paziente, Oscar Hammerstein un avvocato olandese, che ha relazionato in merito alle sfide che la terapia pone da punto di vista di chi le assume.
Ho trovato importante questa scelta di Tibotec, anche se senz’altro motivata da un ritorno economico, perché non si contano le ricerche che dimostrano come una percentuale molto importante di pazienti (oltre il 50-60%) cambia terapia a motivo della tossicità, mentre le multinazionali ancora oggi rilanciano sulla semplificazione terapeutica, sulla pillola once a day, ecc.
Non da oggi sostengo che la voce e il peso delle associazioni di pazienti, ma anche delle associazioni di comunità come è Arcigay, comunità pesantemente colpite dall’HIV, si devono sentire in queste occasioni.
A seguire la Merck Sharp & Dohme (MSD) ha presentato il simposio dal titolo “Initiating HIV Therapy: open a world of possibilities”. Argomento che ho trovato interessante, al di là del fatto che è ovvio che una casa farmaceutica abbia piacere di vendere i propri prodotti, perché in effetti le possibilità offerte dalle varie combinazioni di farmaci e l’introduzione di nuovi farmaci che, per esempio, inibiscono al virus la possibilità di penetrare nella cellula da parassitare, offrono molte possibilità in termini di lotta contro l’HIV, di abbattimento della carica virale e, di conseguenza, di controllo della replicazione del virus anche in termini di prevenzione.
Il simposio pomeridiano, dal titolo “New evidence for Viramune“, è stato a cura della Boeringher Ingelheim che ha presentato alcuni studi effettuati sul suo farmaco Viramune (nevirapina).
Ne è uscito un farmaco all’apparenza ottimo, ben tollerato a livello epatico anche in caso di presenza di coinfezioni da epatite C, tutt’altro che infrequenti nelle persone con HIV, un farmaco che non crea problemi importanti a livello lipidico. È stato inoltre presentato lo studio ArTEN: si tratta di uno studio prospettico, iniziato nel 2006, che mette a confronto Nevirapina e Atazanavir/Ritonavir entrambi sostenuti da un backbone (ossia farmaci di accompagnamento) di TDF/FTC (Tenofovir/Emtricitabina –farmaci antiretrovirali che inibiscono un enzima di HIV chiamato Trascrittasi inversa, centrale nella riproduzione virale perché è un grado di sintetizzare DNA utilizzando come “stampo” l’RNA virale). In uno dei bracci di sperimentazione è stato valutato anche l’uso del Viramune in monoterapia (200 mg due volte al giorno o 400 mg una volta al giorno). I dati riportati, a 48 settimane, sembrano avvallare l’ipotesi attesa ossia che i risultati di Viramune non sono inferiori a quelli ottenuti con gli atri farmaci in cocktail. Data la buona tollerabilità di questo farmaco, se assunto con regolarità perché, se ben ricordo, non è impossibile che HIV diventi resistente al farmaco, questi risultati lasciano ben sperare, ma, come è stato sottolineato, attualmente Viramune non è consigliato in monoterapia.
Un certo spazio è stato riservato alla gestione dell’infezione da HIV sul piano clinico, con diversi case studies riportati, statistiche di efficacia di determinate combinazioni di farmaci, ecc. come è normale che avvenga nelle conferenze mediche. Ma è interessante notare come sia stato dato molto spazio anche alla qualità della vita del paziente sieropositivo, sia pur sempre in un’ottica clinica.
Ossia, ora che siamo riusciti a far vivere più a lungo le persone con HIV, a quali problemi andiamo incontro e quanto incide HIV nella gestione delle “normali” problematiche fisiche dovute allo scorrere degli anni, come il rischio cardiovascolare, il diabete, le problematiche cognitive, vari tipi di cancro non direttamente legati all’AIDS, ecc. A giudicare dai dati riportati incidono parecchio: i 2/3 delle morti, nell’era della terapia antiretrovirale, sono causate da eventi non correlati all’AIDS.
Un’area molto vasta su cui si stanno accumulando dati di un certo rilievo al punto che le nuove linee guida europee, presentate durante una sessione, tengono conto dei numerosi fattori relativi alla salute generale sia pur in ambito HIV.
Uno degli studi più preoccupanti riguarda l’incidenza del cancro anale in particolare negli MSM (maschi che fanno sesso con maschi), che è risultata essere molto alta in caso di MSM sieronegativi, aumenta ancora in caso di sieropositività. Al punto che nelle linee guida vengono consigliati test periodici specifici anche in considerazione del fatto che sono possibili numerosi trattamenti, dalla coagulazione ad infrarossi alle tecniche chirurgiche, con buonissime possibilità di sopravvivenza.

In considerazione del fatto che il cancro anale è molto diffuso nella popolazione generale, meglio sarebbe che questi screening periodici venissero effettuati nell’ambito di un progetto nazionale, in modo da evitare l’ennesima possibilità di stigma.

Le linee guida assegnano un ruolo importante anche alla prevenzione del rischio cardiovascolare, cosa molto importante se si tiene conto del dato emerso,

Cancro anale: se trattato ci sono ottime possibilità di sopravvivenza

Cancro anale: se trattato ci sono ottime possibilità di sopravvivenza

se ben ricordo, da uno studio del Policlinico di Modena che stima come le arterie di una persona sieropositiva siano mediamente più “vecchie” in modo consistente, rispetto alle arterie di un pari età sieronegativo.

Ultimi, perché sicuramente non sapete già più cosa toccarvi, due punti importanti: uno riguarda l’incidenza della osteoporosi nelle persone con HIV al punto che più esperti hanno definito l’HIV stesso come fattore secondario predittivo di osteoporosi (esiste comunque il farmaco Alendronato che, come dimostra lo studio ANRS 120, riduce i problemi relativi all’osteoporosi anche se, per il paziente, è un’altra pillola da prendere una volta alla settimana praticamente per tutta la vita).
Il secondo punto riguarda lo sviluppo di problemi cognitivi. Non ho la sensazione che in Italia questo tema stia molto a cuore agli infettivologi, tuttavia lo studio presentato dal dott. du Pasquier, se da un lato ci ha dato la buona notizia che la demenza da HIV è ormai da considerare un evento raro, anche in caso di successo terapeutico rispetto all’HIV, quindi con la soppressione della viremia nel sangue, il virus continua ad essere presente nel cervello e a fare il suo lavoro, non attac

cando direttamente il cervello ma producendo enzimi tossici, es. ß-amyloid, che causano disturbi anche di tipo degenerativo.
Secondo lo studio il motivo per cui i problemi sono presenti anche in caso di soppressione della viremia plasmatica, è da ricercare nella scarsa capacità di penetrazione dei farmaci antiretrovirali nel sistema nervoso centrale. Gli stessi dati erano già stati presentati l’anno scorso alla Conferenza di Città del Messico dal dott. Levin, ma lasciano comunque perplessi.

Solo ancora un dato più di “costume”, non ho potuto non notare come mentre a Città del Messico ricevevamo preservativi ad ogni angolo del centro congressi, a Colonia i condom sono stati pochissimo presenti (gel poi totalmente assenti). Giustamente i dottori non fanno sesso sapendo a cosa vanno incontro, e le multinazionale devono pur vendere!
Il prossimo appuntamento della conferenza europea sull’AIDS è previsto a Belgrado dal 12 al 15 ottobre 2011. Non ho ovviamente idea di chi sarà il prossimo responsabile nazionale salute, ma penso che questo sia un appuntamento importante anche solo da un punto di vista formativo.

Sandro Mattioli
Responsabile Salute
Arcigay Il Cassero

2 Novembre 2009

ILGA-Europe Conference - Malta

Archiviato in: Benessere, Diritti — Tag:, , — Cassero Salute @ 12:37

Si è appena conclusa la XIII conferenza annuale di ILGA-Europe, dal titolo “Overcoming religious and cultural barriers to LGBT equality”.

Una conferenza interessante, come lo sono sempre del resto, che si è svolta nella meravigliosa cornice dell’isola di Malta, accompagnati da un clima ancora estivo, con turisti in costume a prendere il sole, fare il bagno e noi stupide a confrontarci sul modo migliore per difenderci dagli attacchi delle istituzioni religiose ed ottenere diritti e rispetto. La conferenza di Malta è stata la più partecipata mai realizzata, ha visto infatti il coinvolgimento di oltre 300 persone di 48 Paesi anche grazie al grandissimo lavoro svolto dall’associazione che ci ha ospitati: Malta Gay Rights Movement.

Due parole per spiegare cos’è questa organizzazione: ILGA è la International Lesbian and Gay Association. Si tratta di un’associazione ombrello che federa un numero impressionante di associazioni omosessuali e transessuali in tutto il mondo. Le “sedi locali” di ILGA sono i continenti, per cui noi, sia come Arcigay che come Cassero, siamo iscritti ad ILGA e partecipiamo ai lavori di ILGA-Europe.

A rappresentare il Cassero eravamo Giada Cotugno ed io. Erano presenti anche Riccardo Gottardi per Arcigay e Helen Ibry per Arcilesbica. Fa sempre un po’ specie notare come resto della nostra Associazione sia così assente in queste occasioni nonostante le sollecitazioni.

Giada e Alexey

Le conferenza annuali sono in primo luogo congressi dell’Associazione per cui vengono discussi il bilancio, le modifiche statutarie, ecc.
Tuttavia il vero punto di forza delle conferenze annuali è la presenza di workshop, organizzati dalle varie associazioni iscritte, che danno a tutti i partecipanti la possibilità di confrontarsi, scambiarsi esperienze e best practices. Quest’anno anche il Cassero, Giada e il suo collega russo Alexey, ha presentato il whorkshop “Living/Space: public space, LGBTQ identities and activism”.

Living/Space: public space, LGBTQ identities and activism

Living/Space: public space, LGBTQ identities and activism

Frequentare le conferenze di ILGA-Europe fondamentalmente consente di sperimentare il senso di accettazione, di sicurezza e la felicità di essere parte di una comunità vasta, accogliente e politicamente corretta.

Importante a questo scopo non sono solo i momenti istituzionali, ma anche i momenti sociali di svago, turismo o altro organizzati dall’associazione locale che ospita la conferenza e che si fa carico anche di sfamare la mandria di gay, lesbiche, trans.

La conferenza quest’anno si è tenuta a Malta non certo per caso, ma è il frutto del lavoro fatto negli ultimi anni per cercare di portare verso il sud del continente l’interesse di ILGA-Europe. Un’area, quella mediterranea, che stenta a trovare la giusta strada per ottenere i riconoscimenti che chiediamo da anni.

Come fin’ora è sempre accaduto anche i politici maltesi sono intervenuti e hanno fatto dichiarazioni distensive, anche se la situazione di quel paese fortemente cattolico non è delle migliori. Sta di fatto che alla cerimonia di apertura hanno partecipato Louis Galea portavoce della Camera dei Rappresentanti e Evarist Bartolo, laburista, membro del Parlamento maltese, Francis Agius (a capo della delegazione maltese all’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa).

Coordinamento Torino Pride: Roberta Padovano e Gabriele Murgia

Coordinamento Torino Pride: Roberta Padovano e Gabriele Murgia

Per noi italiani la conferenza di quest’anno è stata particolarmente importante perché ha visto la candidatura di Torino, avanzata dal Coordinamento Torino Pride (erano presenti Roberta Padovano e Gabriele Murgia) e sostenuta da Arcigay e numerose altre associazioni, ad ospitare la conferenza annuale del 2011 (le candidature si presentano con due anni di anticipo).

Anche Varsavia aveva presentato la sua candidatura.

C’è stata a dire il vero una certa competizione ma alla fine l’abbiamo spuntata, anche grazie ad una bella azione di lobby della squadra Arcigay.

In ogni caso la consuetudine vuole che la città che ha “perso” ospiti la successiva conferenza.

La conferenza di Malta è stata importante anche perché ha visto la presenza di altre associazioni italiane come il Mario Mieli con neopresidente Andrea Maccarone e Certi Diritti con Gian Mario Felicetti.

Sandro Mattioli (Arcigay) Andrea Maccarone (Mario Mieli)

Sandro Mattioli (Arcigay) Andrea Maccarone (Mario Mieli)

Il programma si è articolato in numerosi workshop, per lo più incentrati su argomenti relativi all’influenza delle religioni e al rapporto con esse, ma non solo.

Molto interessante è stato il workshop dal titolo: “New major national surveys on LGBT living conditions, mental health and well-being”, dove sono state presentate alcune ricerche del Nord Europa. Ricerche che hanno scavato minuziosamente nella comunità LGBT, come nel caso della ricerca presentata dall’Associazione danese che ha evidenziato come, anche nel civilissimo Nord, i problemi di accettazione e il timore della discriminazione siano ancora molto forti.

Secondo la ricerca, in Danimarca la maggioranza delle trans non ha mai parlato della loro condizione o di ciò che provano, una percentuale importante di omosessuali non è visibile neppure nel proprio ambito familiare.

Strani invece i risultati della ricerca Irlandese “Supporting LGBT lives” che riporta una elevata percentuale di omosessuali che dichiarano di non aver problemi con il proprio orientamento sessuale, di avere un buon livello di autostima e di essere soddisfatti della propria vita.

Per contro nella stessa ricerca appaiono dati preoccupanti rispetto allo stress psicologico causato dal timore della discriminazione e dello stigma. In questo senso la parte relativa alle esperienze scolastiche è impressionante:

il 60% degli intervistati hanno subito episodi di bullismo;
il 50% insultati di questi il 35% da docenti

Esaminando le vie di fuga praticate il quadro peggiora ulteriormente:

il 46% beve in modo smodato, ossia a rischio di danneggiare il proprio organismo;
il 17,7% ha tentato il suicidio, il 60% lo ha tentato più di una volta.
1/3 degli under 25 afferma di aver pensato al suicidio nell’ultimo anno.Da ultimo quasi la metà degli intervistati ha cercato aiuto presso professionisti friendly a causa di esperienze negative con psicologi o counsellor omofobi o più semplicemente ignoranti delle dinamiche relative all’omosessualità, o che danno per scontata l’eterosessualità dell’interlocutore.

Campagne salute Cassero esposte alla conferenza

Campagne salute Cassero esposte alla conferenza

Ho trovato molto interessante anche l’esperienza, che mi ha raccontato un attivista francese, sull’Università estiva LGBTQ. Due settimane di incontri, formazione, spettacoli, eventi mirati ai nostri contenuti.
Per noi che siamo abituati alla formazione residenziale intensiva, penso alle esperienze di Fognano o di Lodola, potrebbe essere un’idea interessante da italianizzare.
Da segnalare anche il workshop “Sexual health and Rights” che ha cercato di delineare il significato di salute sessuale e diritti, quali le possibili intersezioni e cosa prevede l’agenda internazionale in questo ambito.

Ad ogni conferenza il direttivo di ILGA-Europe stampa un report dove descrivono il lavoro fatto nell’anno, gli obiettivi raggiunti e il lavoro ancora da svolgere sulla base del piano strategico triennale.

Scorrendo lo stampato di quest’anno, mi sono accordo che non c’era nessun accenno alla proposta presentata da Arcigay l’anno scorso, alla conferenza di Vienna, che incollo di seguito:

I. Proposals by ArciGay:

The ILGA-Europe Conference mandates the Executive Board to:

a) Evaluate the possibility for ILGA-Europe to give voice to the concerns of LGBT people at European level on issue related to HIV/AIDS and participate on the European debate on the subject in cooperation with the other actors present, providing its specific expertise, in particular in relation to discrimination and its consequences, and acting for the interests of its constituency;

b) Consider taking part in the 2010 conference and exploring the opportunity for networking and funding from donors focussed on issue of HIV/AIDS and discrimination

c) Discuss and assess the possible advantages of some of the organizational aspects of the World AIDS Conference compared to our own Conferences (e.g. being a forum also for experts, having poster sessions to facilitate the circulation of information, etc.) and evaluate the possibility of introducing to ILGA-Europe Conferences some of them;

d) To report to the next ILGA-Europe Conference on the points above.

Nel programma della conferenza di Malta non vi era traccia del report del direttivo sul tema HIV.
La proposta era maturata in applicazione del messaggio forte e chiaro uscito dalla conferenza mondiale AIDS di Città del Messico: dove è presente discriminazione verso gli MSM per non parlare delle persone trans aggiungo io), l’HIV prolifera.

ILGA-Europe lotta quotidianamente contro la discriminazione delle persone LGBT, pertanto dovrebbe essere nelle sue corde impegnarsi sul tema della lotta contro l’HIV appunto attraverso la lotta contro la discriminazione, lo stigma.

In compenso una parte del programma della conferenza ci proponeva di definire come centrale il tema dei migranti e dei rifugiati, cosa che mi vede assolutamente d’accordo se si pensa che rimandare in patria un iraniano omosessuale significa condannarlo a morte. Ciò detto io non vedo alcuna differenza, sul piano politico e metodologico, fra i due temi. Dunque perché LGBT migranti tema centrale, LGBT con HIV tema non centrale?

Riccardo Gottardi - Arcigay nazionale

Riccardo Gottardi - Arcigay nazionale

Ovviamente non ho lasciato perdere ed insieme a Riccardo, che aveva concretamente scritto la proposta, abbiamo parlato con il co-presidente e, in seguito, con buona parte dei componenti del direttivo.
La delegazione svedese mi ha contattato per capire meglio di cosa si trattava e mi spiegano che anche loro avevano preparato un workshop auto-organizzato sul tema HIV/AIDS, con l’intenzione di proporre alla Conferenza un percorso anche su questi temi.
L’azione di lobby nei confronti del direttivo è quindi aumentata.

Presi singolarmente i componenti del board mi hanno detto che era stato fatto poco e non c’era un report. Invece, con un colpo di bacchetta magica, durante la plenaria finale appare un breve report su quanto è stato fatto per ottemperare alla proposta di Arcigay che, peraltro, era stata fatta propria dalla conferenza.

Dal report è emerso che alcune iniziative sono state fatte, soprattutto nell’Est Europa, che alcuni contatti a livello istituzionale e scientifico sono stati richiesti e che è prevista una presenza di ILGA-Europe alla prossima conferenza mondiale AIDS, che si terrà a Vienna nel 2010 (cui spero bene che parteciperà anche Arcigay).

Quindi alla fine qualcosa è arrivato anche se è palese che dovremo continuare a fare pressioni su direttivo e staff per tenere desta l’attenzione su un problema che, evidentemente, la comunità omosessuale stenta ad affrontare almeno in termini di volontà politica.

Tra le altre cose durante il workshop organizzato dagli svedesi, è uscito che la legge svedese criminalizza in modo pesante le persone sieropositive, che sono obbligate a dichiarare il proprio stato prima di ogni rapporto sessuale e rischiano una condanna anche in caso di sesso non protetto consenziente. Il risultato è che le persone in Svezia fanno pochissimo il test (se non sanno di essere sieropositive non lo possono dichiarare ovviamente) e nel giro di pochi anni pare che l’infezione sia risalita.

Salvatore Marra

Salvatore Marra

Un altro workshop molto interessante è stato quello presentato da Salvatore Marra, per l’occasione in veste di sindacalista della CGIL invece che di rappresentante di Arcigay, dal titolo: “On law, secularism and the Catholic church”. Salvatore ha trattato il tema della secolarizzazione in atto nel nostro Paese e quanto, di conseguenza, la classe politica sia lontana dall’essere specchio del Paese (va??). La situazione italiana ha lasciato basiti i numerosi partecipanti, alcuni dei quali provenienti da paesi cattolici come Lituania, Austria o Spagna.

Una vera sorpresa è stato l’intervento di Vladimir Luxuria.
Non ero al corrente che fosse stata invitata a portare la sua esperienza come trans ed ex parlamentare italiana.

Cerimonia del passaggio della bandiera di ILGA-Europe da Malta a Olanda

Cerimonia del passaggio della bandiera di ILGA-Europe da Malta a Olanda

Vladimir è stata accolta con tutti gli onori e ha fatto un intervento giocato sulle corde dell’ironia molto applaudito ed apprezzato. Ha evidenziato i problemi che affrontano le persone LGBT in Italia, citato l’ignobile documento votato dalla Camera che associa l’omosessualità a incesto, pedofilia, necrofilia, ecc. firmato fra gli altri da Buttiglione ben conosciuto in ILGA-Europe. Sia pur con leggerezza, ha raccontato quanto è mal ridotta l’Italia dei diritti sia sul piano culturale che su quello politico e normativo.

Pensate che, durante il dibattito finale che ha portato alla scelta di Torino per la conferenza 2011, una delegata rumena ci ha rivelato che il suo governo spesso cita l’Italia come esempio di paese messo peggio di quelli dell’Est Europa sul piano dei diritti civili e quindi ci sfrutta per negare loro ulteriori passi in avanti.

L’assemblea si è chiusa con l’intervento del vice-sindaco dell’Aja (o Den Haag come la chiamano loro), e la cerimonia del passaggio della bandiera di ILGA-Europe dai volontari maltesi ai volontari olandesi.

Arrivederci, quindi, il prossimo anno a Den Haag.

Sandro Mattioli
Responsabile Salute
Arcigay “Il Cassero”

24 Ottobre 2009

Gender Bender - PERCORSO HIV E AIDS

Archiviato in: Senza categoria — Tag:, , , , — Cassero Salute @ 14:52
Gender Bender

Gender Bender - Bologna 3-7 novembre 2009

GENDER BENDER BOLOGNA 3-7 NOVEMBRE 2009

è il festival internazionale, promosso dal Cassero, che presenta al pubblico gli immaginari prodotti dalla cultura contemporanea legati alle nuove rappresentazioni del corpo, delle identità di genere e di orientamento sessuale.

Quest’anno il festival offre un interessante percorso su HIV e AIDS

Mercoledì 4 novembre

Cinema Lumière h 18,30

Pedro

Un film di Nick Oceano

USA, 2008

90’

Anteprima nazionale

Nel 1994 i produttori del reality di MTV The Real World decidono di inserire nel cast del programma il giovane Pedro Zamora, attivista gay sieropositivo, dandogli così la possibilità di squarciare il velo di ignoranza e pregiudizio che circonda la malattia e la comunità gay. Il ragazzo muore a soli 22 anni, subito dopo la messa in onda dell’ultimo episodio del programma, generando un’ondata di commozione in tutto il mondo. Tratto da una storia vera, il film è anche una riflessione sul rapporto finzione-realtà e sul potere dei reality.

Associato al film

El reloj

(Argentina 2008, 14’) di Marco Berger

Giovedì 5 novembre

Cinema Lumière h 18,30

Fig Trees

Un film di John Greyson

Canada, 2009

104’

Presentato all’ultimo Festival di Berlino, Fig Trees è un originale documentario-opera che racconta la ventennale battaglia condotta da Tim McCaskell a Toronto e Zackie Achmat in Sudafrica per rendere accessibile a tutti i malati il trattamento medico contro l’Aids. Fig Trees prende spunto dal materiale documentario relativo alla nascita e allo sviluppo del movimento Treatment Action Campaign, e attraverso le musiche di David Wall dà vita a un curioso e suggestivo melodramma operistico che mescola avanguardia e pop, Gertrude Stein e Michael Jackson, Santa Teresa d’Avila e Maria Callas. Uno strabiliante cortocircuito tra finzione e realtà che diverte e commuove.

Cinema Lumière h. 22,30

An English Man in New York

Un film di Richard Laxton

Gran Bretagna/USA, 2009

74’

Anteprima nazionale

John Hurt torna a vestire i panni del famoso scrittore e attore gay britannico Quentin Crisp, che a 66 anni lasciò l’austera Inghilterra per trasferirsi definitivamente a New York. Il suo show off-Broadway, How To Be Happy, lo consacrò come una star. Sono gli anni del successo mediatico (straordinaria la sua interpretazione della Regina Elisabetta I nel film Orlando di Sally Potter) e dell’incontro con il giovane artista gay Patrick Angus, la cui morte per Aids lascia nel cuore di Quentin un vuoto incolmabile.

Associato al film

Door Prize

(USA 2009, 7’) un film di Zsa Zsa Gershick

Venerdì 6 novembre

MAMbo h 19,00

The Universe of Keith Haring

Un film di Christina Clausen

Francia/Italia, 2008

90’

Gender Bender

Gender Bender - Bologna 3-7 novembre 2009

Al grido di “Art is for Everyone!” Keith Haring portò l’arte fuori dagli ambienti istituzionali, facendolaincontrare con la vitalità della street culture. Il documentario The universe of Keith Haring di Christina Clausen ripercorre la vita dell’artista che ha plasmato l’immaginario di un intero decennio – gli anni Ottanta – fino a diventare un vero e proprio fenomeno sociale. Un’imperdibile carrellata dai graffiti nella metropolitana di New York alle collaborazioni con musicisti e artisti come Madonna, Grace Jones, David Lachapelle, Yoko Ono, Andy Warhol, fino ai murales realizzati in giro per il mondo: Chicago, Parigi, Montecarlo e Pisa, poco prima di morire di Aids a soli 31 anni.

Ingresso gratuito.

MAMbo h 20,30

Black White + Gray: A Portrait of Sam Wagstaff and Robert Mapplethorpe

Un film di James Crump

USA, 2007

72’

Sam Wagstaff e Robert Mapplethorpe sono i protagonisti del film documentario Black White + Gray. Il primo fu lo scopritore e valorizzatore del secondo, oltre che suo compagno di vita. Mapplethorpe, dal canto suo, introdusse Wagstaff nel variegato sottomondo newyorkese degli anni ‘70 e ‘80, nel pieno dell’esplosione del life clubbing, del punk rock e del demimonde gay e SM. Mentre sboccia il talento provocatorio di Mapplethorpe, con le sue fotografie bollate come oscene, Wagstaff dà corpo alla più straordinaria collezione di fotografie del XIX e XX secolo. Con la loro morte, alla fine degli anni Ottanta, cala il sipario su un’epoca seminale per il mondo dell’arte e della cultura.

Ingresso gratuito

Sabato 7 novembre

MAMbo h 18,30

The Universe of Keith Haring

Un film di Christina Clausen

Francia/Italia, 2008

90’

The universe of Keith Haring è come una mostra ideale in cui viene ripercorsa tutta la vita e l’opera dell’artista; dall’infanzia alla pienezza della maturità caratterizzate dall’estrema coerenza e generosità con cui mantenne fino all’ultimo la propria libertà creativa. Immagini inedite di repertorio alternano un giovanissimo Keith alla ricostruzione della scena artistica dell’epoca. Esauriente dal punto di vista documentaristico e commovente dal punto di vista umano, The Universe of Keith Haring è un must per tutti gli appassionati d’arte e per chi volesse saperne di più sulla vita del più grande rappresentante della cultura di strada.

Ingresso gratuito.

MAMbo h 20,30

Black White + Gray: A Portrait of Sam Wagstaff and Robert Mapplethorpe

Un film di James Crump

USA, 2007

72’

Un documentario straordinario che ripercorre la vita del collezionista d’arte e curatore di musei Sam Wagstaff, una delle più importanti personalità del mondo dell’arte degli ultimi trent’anni. Il film racconta la storia della simbiotica relazione che Wagstaff ebbe con Robert Mapplethorpe, incontrato mentre stava abbandonando l’appartamento che aveva condiviso con Patti Smith. La storia di Wagstaff è quella di una personale trasformazione da conservatore, austero ex studente di Yale, a un assiduo frequentatore dei luoghi più rivoluzionari e all’avanguardia di New York. Mapplethorpe e Wagstaff si aiutarono vicendevolmente a scoprire i lati più nascosti e più profondi delle loro personalità.

Ingresso gratuito.

29 Settembre 2009

Attenzione ai vaccini facili!

Archiviato in: Prevenzione — Tag:, , — Cassero Salute @ 20:05

Le notizie che sono circolate in questi ultimi giorni sul successo parziale della sperimentazione di un vaccino in Thailandia, danno più che altro la misura di quanto i mezzi di comunicazione di massa cerchino il sensazionalismo senza tenere considerare le aspettative, le speranze di milioni di persone.

In altre parole ad ogni buona notizia su una sperimentazione ecco che parte la ridda dei titoli eclatanti di questo o quel quotidiano. Purtroppo ad oggi la gran parte delle sperimentazioni sui vaccini, preventivi o terapeutici, sono clamorosamente fallite. Elemento che solitamente i giornalisti amanti del sensazionalismo omettono.

Ciò detto ci sono in effetti prospettive interessanti per il vaccino sperimentato su diverse migliaia di volontari thailandesi, ma le cose non sono semplici come sembrano ed è decisamente presto per cantare vittoria e lasciarci alle spalle anche quel poco di prevenzione che riusciamo a fare in Italia, nonostante la religione e i politici che ci ritroviamo.

Riporto di seguito un bell’editoriale del mio amico Simone Marcotullio, vice presidente dell’associazione Nadir, che ci riconduce con i piedi per terra pur senza togliere le speranze che pur quella sperimentazione ha suscitato.

Vaccino per l’HIV/AIDS? E’ ora di investire

Editoriale di Nadir Onlus. I primi, seppur timidi, risultati di un vaccino per prevenire l’infezione da HIV si sono finalmente visti. Parliamo di un 31.2% (risultato statisticamente significativo) di protezione dall’infezione.

Quale prodotto vaccinale è stato usato? Si tratta di una somministrazione, in sequenza, di due prodotti differenti. Il primo (detto ‘prime’) è chiamato ALVAC ed è prodotto dalla azienda Sanofi-Pasteur. Il secondo (detto ‘boost’) è chiamato AIDSVAX B/E ed era stato originariamente sviluppato dalla azienda VaxGen ed è ora un prodotto in licenza alla ‘Global Solutions for Infectious Diseases’ (un consorzio ‘no-profit’che opera nel settore della salute pubblica globale i cui membri erano operanti proprio in VaxGen).

Obiettivo: sviluppo di vaccini contro malattie infettive ad uso, specialmente, nei paesi in via di sviluppo. La somministrazione in sequenza ‘prime-boost’ dei due prodotti vaccinali ha dunque dato una protezione del 31.2%. I partecipanti allo studio sono state 16.000 persone tailandesi (uomini e donne) dai 18 ai 30 anni. Tutta la logistica e l’operatività del complesso studio è stata affidata ai militari statunitensi e il finanziamento ai governi americano e tailandese.
Che cosa è emerso? Non è ancora nota la ragione di ‘come mai’ questa combinazione abbia parzialmente funzionato (i risultati sui singoli prodotti, infatti, erano stati deludenti). Inoltre, analizzando in profondità i risultati del test, è emerso che le persone infette da HIV - nonostante la somministrazione del vaccino - avevano nel sangue la stessa quantità di virus e riportavano gli stessi danni al sistema immunitario dei pazienti non sottoposti al vaccino, ma al placebo. Questo significa che il vaccino contribuisce in parte a prevenire la malattia, ma non ha alcuna efficacia una volta che il virus si trova nel corpo (ossia non ha alcun ruolo ‘terapeutico’). Scopriremo nei prossimi mesi – forse - dettagli più approfonditi, non appena saranno divulgati i dati nella loro completezza.

Quali considerazioni? Alcuni successi sono indubbi, primo tra tutti l’organizzazione e il finanziamento. Abbiamo infatti compreso come sia possibile condurre degli studi così complessi con una organizzazione ‘militaresca’, ma precisa (pensiamo, ad esempio, al trasporto dei campioni per le analisi, operata da aerei militari).

Secondo successo, abbastanza scontato, abbiamo anche scoperto che, quando i ‘governi’ ci mettono i soldi (e quanti soldi!), questi studi si possono fare.

Terzo successo: dopo gli ‘zero%’ di efficacia dei passati tentativi, vedere un ’31.2%’, francamente, commuove.

Quarto successo: il forte e fondamentale impegno nel progetto delle organizzazioni non governative (NGOs), in particolar modo di quelle afferenti alle popolazioni colpite dall’AIDS.

In pratica, è stata dimostrata la possibilità di avere un vaccino contro l’AIDS se sono soddisfatte certe determinate condizioni (‘formula a 4’, visti i 4 successi). Quindi la ricerca ‘di un vaccino’ contro l’AIDS non è più una chimera, ma è un progetto possibile, documentato da risultati (seppur parzialmente soddisfacenti) se e solo se adeguatamente sostenuta in termini, di finanziamento, organizzativi e di sostegno delle NGOs.

Cosa potrebbe accadere ora? Sono ipotizzabili due scenari:

1)    Che inizi la cosiddetta ‘corsa’, da parte sia di consorzi pubblici sia di aziende, a ‘chi arriva prima’, ‘chi ne sforna uno migliore’. Tuttavia occorrono tanti soldi.

Chissà mai che, finalmente…:

- i governi (compreso quello italiano) non decidano di mettercisi sul serio, facendo un buon programma di sviluppo e finanziamento alle numerose iniziative che in tal senso abbiamo anche nel nostro paese, magari correttamente coordinate;

- si faccia una corretta selezione dei prodotti vaccinali in sviluppo esistenti al mondo (sia con ruolo preventivo che terapeutico) e si costituisse una joint-venture di collaborazione tra pubblico/privato;

- le tristi lobby, presenti nel settore pubblico e privato, e che in tanti anni non hanno consentito lo sviluppo di un prodotto vaccinale, cambiassero mestiere.

Nel caso così accadesse, ci permettiamo una raccomandazione:

”Cari governi,

la’ formula a 4’ si è dimostrata giusta. Non inventatevi cose nuove. Piuttosto, cercate di coordinare bene il tutto, valorizzando ciò che abbiamo e armonizzando tutti gli attori della ‘formula a 4’.”

2)    Che tutto questo dispendio di energia, soldi, risorse, organizzazione, persone, cada in un triste dimenticatoio. Che si rinneghi la possibilità di offrire un vaccino preventivo (a tutta la popolazione del pianeta) e/o terapeutico ai milioni di persone con HIV/AIDS. Sarebbe un oltraggio all’umanità, anche perché abbiamo tutti assistito a quello che i governi sono riusciti a fare, mettendo le giuste risorse e organizzazioni, in questi pochi mesi, per lo sviluppo di un vaccino con l’influenza A/H1N1.

Francamente, e qui Nadir termina, auspichiamo il primo scenario.
Editoriale di Nadir Onlus. Vaccino per l’HIV/AIDS? E’ ora di investire. 27-09-2009

Sandro Mattioli
Responsabile Salute
Arcigay Il Cassero

15 Luglio 2009

Associazione politica

Archiviato in: Benessere — Tag:, , , — Cassero Salute @ 23:27

Il Cassero è un’associazione politica.

Prima di ogni altra cosa, politica.

Non per caso l’articolo 2 dello statuto pone fra i valori fondanti l’Associazione, l’inclusione sociale e il rifiuto di ogni discriminazione.

Passaggio scontato? Per niente.

Purtroppo oggi il Cassero sembra aver perso di vista quel valore fondate che, spesso, viene dato per assunto, probabilmente passato di generazione in generazione attraverso il trucco, o la superficialità ormai sempre più spesso eletta a sistema di vita e, quel che è peggio, di valutazione degli altri e delle altre.

In questo scenario è vissuto come del tutto normale “chiacchierare” e quindi discriminare chi ha, per esempio, un problema di salute.
Allertare le compagne di rotocalco che c’è un appestato nel gruppo, qualcuno da additare, da evitare se non si vuole finire come lui.

Se nel nostro gruppo di lavoro non siamo in grado di offrire un sostegno a chi ha un problema che di certo non si è scelto, di aderire a regole minime di correttezza, è legittimo chiedersi perché mai il resto della società civile dovrebbe accettare i gay e le lesbiche che, nello stesso modo, il loro orientamento sessuale non se lo sono scelto.

Se siamo a questo punto evidentemente il responsabile salute non può che prendere atto, oltre ad aver sbagliato buona parte del proprio percorso sociale se così poco di ciò che significa salute e benessere è stato introiettato da chi svolge quotidianamente la propria opera al Cassero, che non è più sufficiente trovar scritto sullo statuto che il Cassero non discrimina chi ha un problema di salute anche solo presunto, che non basta mettere a disposizione preservativi e lubrificanti, che è stato inutile ideare campagne di prevenzione e un convegno, il primo in Italia, contro la discriminazione delle persone sieropositive.
Inutile perché evidentemente ben poco di quanto pensato, scritto, detto è rimasto nelle abitudini, nella quotidianità del Cassero. Nella nostra quotidianità.

In questo quadro, non stupisce che non sia stato fino ad ora possibile organizzare, per esempio, un gruppo di sieropositivi gay al Cassero, perché il Cassero vede, giudica, diffama ed cosa nota anche a chi non abita l’Associazione. “Se lo dico li dentro non trovo più un amico” o ” non scopo più” sono le frasi più ricorrenti che mi motivano le richieste di supporto emozionale fuori dalle mura del Cassero, fuori da quella che molti chiamano la loro casa, pur trattandola come un mercato.

Occorre, probabilmente, ricominciare dall’inizio, dall’abc, dai motivi che hanno portato e portano alcuni fra noi a scegliere la strada del lavoro in una associazione che non è un teatro, una scuola di recitazione, di giornalismo, di dj, di gestione dei gruppi, tantomeno di politica. Il Cassero è tutto questo, nel suo insieme, in quanto associazione politica. Se perdiamo di vista questo, e lo stiamo perso di vista, non c’è alcuna differenza fra il Cassero e il pub all’angolo: chiunque è in grado di regalare preservativi e ospitare feste.

Se non siamo in grado di modificare il nostro agire quotidiano sulla base di una motivazione profonda, non possiamo sperare di cambiare quello dell’omofobo.

Va quindi rilanciata, studiata e messa in atto una formazione mirata a chi fra di noi ha rapporti quotidiani con altre persone come noi. Una formazione non formale, non tecnica, ma che miri a far sviluppare la coscienza e il pensiero comune necessari a far crescere l’Associazione e a farla muovere in una logica di accoglienza e non di discriminazione.

Il Progetto Benessere sta studiando dei percorsi formativi per tutti e tutte.
Saranno percorsi non facoltativi, realizzati con la periodicità necessaria a garantire il minimo comune denominatore necessario a capire, condividere e soprattutto vivere, dentro e fuori Il Cassero, i principi che animano l’Associazione.

13 Giugno 2009

PPE - La nuova campagna del Cassero

Archiviato in: Prevenzione — Tag:, , — Cassero Salute @ 19:57

Con questa nuova campagna il Cassero ha deciso di promuovere la Profilassi Post Esposizione (PPE), e di farlo sulla falsariga di uno studio, molto interessante, presentato niente meno che alla conferenza mondiale sull’AIDS di Città del Messico, dal Victorian AIDS Council, un grosso centro di Melbourne in Australia che si occupa di salute gay.

Lo studio prendeva in esame la possibilità di utilizzare materiale pornografico nella prevenzione, attraverso l’analisi di alcune campagne realizzate appunto con foto esplicite di rapporti sessuali prevalentemente anali.

Ammetto che era un po’ strano vedere, in una poster presentation scientifica, anche la foto un paio di bei ragazzoni che se la spassavano con l’aria di godersela un mondo.

Lo studio non escludeva la possibilità di utilizzare questo genere di materiale, pur ponendo alcuni paletti.

Le immagini della nostra campagna sono molto più home made, al di fuori dalle immagini patinate cui siamo abituati, e alle quali forse qualcuno stava già pensando. Si tratta comunque di un nuovo passo nella direzione della chiarezza della informazione data, cosa che, parlando di sesso in Italia, è già una rivoluzione. Le foto, narranti per definizione, lasciano sicuramente poco spazio all’immaginazione ma, appunto per questo, lasciano più spazio al testo che chiarisce in modo netto che la PPE non è la pillola del giorno dopo. Non consente di smettere di utilizzare preservativi e lubrificanti, anzi proprio il contrario.

La PPE può essere chiesta (entro 1-4 ore dall’evento a rischio e non oltre le 72 ore) in un centro per le malattie infettive e viene prescritta sulla base della valutazione dell’infettivologo. Consiste nell’assunzione di una terapia anti retrovirale per un mese, con tutti gli effetti collaterali del caso, e l’esito finale non è garantito.

Non ci sono infatti studi che consentono di dare una risposta definitiva sulla profilassi post esposizione. In altre parole in alcuni casi il paziente è risultato sieronegativo al termine della profilassi, in altri casi no.

Si tratta quindi di una barriera estrema, un una ultima speranza per cercare in ogni modo di evitare il contagio. Certamente è meglio stare attenti prima di arrivare alla PPE, ma è bene sapere che esiste anche quest’ultima possibilità e, in caso di bisogno serio, non si vede perché debba essere sottaciuta.

E’ quindi un tentativo che va fatto quando la prevenzione primaria non è andata a buon fine e si è incorsi in un rapporto sessuale a rischio con un partner sieropositivo o “siero ignoto”. I casi più tipici, evidenziati anche dalle immagini della campagna del Cassero, riguardano la rottura del preservativo, l’eiaculazione in bocca, ecc.

Sandro Mattioli
Responsabile Salute
Arcigay Il Cassero

15 Maggio 2009

FINOCCHI AL SANGUE?

Archiviato in: Prevenzione — Tag:, , , , , , — Cassero Salute @ 12:05

L’ennesima denuncia di esclusione dalla donazione di sangue di un gay al Centro trasfusionale di Milano, emersa dalla lettera del protagonista della vicenda al Corriere lo scorso 29 marzo, e alla quale i responsabili del Centro hanno risposto il giorno successivo, pone numerosi interrogativi.
Il tema è sicuramente spinoso, tuttavia devo ammettere di non essere totalmente d’accordo con la replica che l’amico Giovanni Dall’Orto ha postato sul suo sito lo stesso giorno.
Terrei distinto il piano politico da quello epidemiologico (su entrambi i piani i medici milanesi non mi sono sembrati particolarmente brillanti nella loro risposta).
Su un piano politico si tratta di una posizione che rasenta la discriminazione; tuttavia, se è senz’altro vero che l’HIV riguarda tutti, è anche vero che l’epidemia non è distribuita in modo omogeneo nella società e che la comunità omosessuale maschile (in senso lato MSM – Men who make Sex with Men) è considerata maggiormente vulnerabile rispetto al resto della popolazione sessualmente attiva.
Queste posizioni sono considerate pressoché assodate nella comunità scientifica internazionale che, infatti, lavora per cercare di ridurre o invertire questo trend, per esempio includendo persone omosessuali in studi specificamente mirati a quel target (ad es. i trials del CDC – Center for Desease Control - sulla PrEP – Profilassi pre-Esposizione - con Tenofovir su 400 MSM in USA), o promuovendo campagne di prevenzione mirate anche a segmenti particolari di popolazione (cfr The Lancet, HIV Prevention August 2008).

Al di là di quanto scritto nei nostri decreti legge, sono molte le posizioni espresse dalla comunità scientifica internazionale in questo ambito, opinioni a volte controverse ma sempre sostenute da dati e studi. Ad esempio la recente raccomandazione del CDC di Atlanta (CDC Fact Sheet, August 2008) che nel richiedere test più frequenti per tutta la popolazione fra i 13 e i 64 anni a prescindere dal rischio percepito, sottolinea la necessità di testare tutti gay e i bisex sessualmente attivi almeno una volta all’anno.
Ha suscitato scalpore, per esempio, la review di 20 studi presentata da Ron Stall (R. Stall, PhD. Abstract 53. CROI - Conference on Retroviruses and Opportunistic Infections, Boston 2008) sul concetto di carica virale di comunità. Il dottor Stall arriva a sostenere che negli USA e in Europa la percentuale di incidenza di HIV fra gli MSM si attesta sul 2.5% contro lo 0.6% della popolazione generale. Questi dati implicano una possibile scala di progressione del virus impressionante:
il 2.5% significa che, posto che a 18 anni un gruppo di gay sia negativo all’HIV,
a 25 anni il 15% sarebbe HIV+
a 35 anni il 33%
a 40 anni il 41%

In questo contesto, anche un rischio di modesta entità corso a livello individuale, può comportare una elevata possibilità di contagio.

Il rischio esiste, quindi, e non dipende solo dal comportamento individuale ma anche dalla carica virale della comunità di appartenenza.
I numeri relativamente modesti della nostra comunità, l’elevato tasso di prevalenza (purtroppo ancora presunto), il numero di “siero-ignoti” e di diagnosi tardive (persone che si scoprono HIV+ solo alla diagnosi di AIDS o nei mesi immediatamente precedenti), fanno il resto.
A mio avviso, dunque, non è con gli ematologi milanesi che ce la dobbiamo prendere, semmai chiediamoci:

in termini di strategie di prevenzione cosa è stato messo in campo in Italia per invertire questa tendenza?

La risposta è semplice: poco o pochissimo.
Pochissimo rispetto a campagne contro la discriminazione delle persone sieropositive, poco sulle strategie di prevenzione dall’HIV che sono state, appunto, scarse, controproducenti, pressappochiste. Non abbiamo chiare strategie biomediche sulla prevenzione, infatti ancora cerchiamo di convincere gli italiani che il preservativo riduce le possibilità di contagio, ma basta una frase del Papa, palesemente priva di qualsiasi valore scientifico, che tutto viene rimesso in discussione anche grazie al complice silenzio della comunità scientifica italiana.

La comunità omosessuale si è trovata pressoché da sola, tranne pochi casi, ad affrontare il problema. Su questo che dovremmo indignarci!
La XVII International AIDS Conference di Città del Messico, alla quale Arcigay ha partecipato appunto perché – come amano scrivere di noi – si occupa solo di “feste da ballo”, ha lanciato il seguente messaggio accorato:
“oggi è necessario uno sforzo senza precedenti per la prevenzione della trasmissione dell’HIV - così com’è stato fatto con grande successo per la terapia ARV – (Anti Retro Virale)”. Qualcuno è dell’avviso che l’Italia stia operando in tal senso?
Alcuni segnali incoraggianti ci sono, come la recente campagna di prevenzione della Regione Emilia Romagna, timidamente rivolta anche ad un target gay, o le richieste di collaborazione che in qualche caso sono arrivate in Arcigay da parte, per esempio, dell’Ausl di Bologna o del Policlinico di Modena, ma sono casi sporadici, medici coscienziosi che cercano di porre un freno ad una situazione che veleggia nell’indifferenza generale.

Combattere l’HIV significa affrontare alcuni temi considerati dai nostri politici “delicati” come la sessualità (spesso non a fini procreativi), o il consumo di sostanze considerate illegali. Purtroppo il Governo, così come i precedenti, ancora non accetta di cambiare le politiche e l’approccio su questi temi “scottanti” in funzione del contenimento dell’infezione da HIV, preferendo non mettere al primo posto la nostra salute e contribuendo di fatto alla diffusione dell’infezione.

La decisione del Centro Trasfusionale, che presumo tenga anche conto della situazione particolare del capoluogo lombardo, dopo tutto, è solo una conseguenza della disastrosa situazione italiana che continua ad oscillare fra l’ipocrisia e la scorrettezza perfino nell’uso dei termini, gli stessi utilizzati anche dai medici di Milano: un “rapporto con una prostituta”, o “contatto sessuale” o “rapporti omosessuali” che cosa significano? Se due maschi si masturbano reciprocamente o se una prostituta masturba un cliente in che termini è a rischio? È più facile (per un malcapitato schizzo in un occhio, in bocca…) che a rischio sia la prostituta. Evidentemente in Italia perfino i medici faticano a parlare di rapporti penetrativi non protetti.
Sembrano banalità ma non è così perché assurdità come queste servono solo ad aumentare ignoranza, dubbi, ansia e a fomentare pregiudizi e a confermare una sessuofobia ipocrita e di facciata, prodotto culturale italiano tipico quanto il Parmigiano reggiano. Forse si tratta della stessa ansia e dello stesso timore di ulteriori pregiudizi che per lungo tempo hanno fatto sì che anche la comunità omosessuale italiana non fosse particolarmente attenta all’HIV, Arcigay inclusa.

Oggi, anche a motivo del mutato andamento epidemiologico in Italia, che solo la politica si ostina ad ignorare, la situazione per fortuna è cambiata e le associazioni omosessuali operano a vari livelli per contenere l’epidemia, scopo che dovrebbe essere di primaria importanza nelle politiche delle organizzazioni gay, sempre che non si preferisca ottenere la parità dei diritti per migliaia di gay diventati nel frattempo sieropositivi. Scelte politiche precise portate coraggiosamente avanti da numerose associazioni gay in USA ed Europa (GMHC, GMFA, ecc.) ma che da noi stentano a trovare spazi e strumenti adeguati, certamente per l’ostilità preconcetta di istituzioni troppo spesso succubi dell’ideologia vaticana, ma anche a motivo di una difficoltà storica di cui portiamo il peso e la responsabilità.
Da ultimo recenti studi sembrano attestare la prevalenza di infezioni da HIV nella gay scene di alcune città europee (Italia inclusa) al di sopra dell’11%, un dato assolutamente inaccettabile.

Come se ne esce?

Ovviamente nessuno può vantarsi di avere la verità in tasca, ma possiamo utilizzare studi ed esperienze altrui per costruire azioni strategiche e pratiche mirate a tenere sotto controllo la diffusione del virus nella nostra comunità.
Di vaccino non se parla, secondo alcuni, per altri 10 anni ma abbiamo ugualmente tre armi che possiamo e dobbiamo utilizzare: prevenzione, diagnosi, terapia.
I dati del COA 2008 – Centro Operativo AIDS dell’Istituto Superiore di Sanità - mostrano percentuali di diagnosi tardive di oltre il 55%, in netta crescita dal 1996 ad oggi, il che significa che in Italia abbiamo un problema serio rispetto al test che viene effettuato in modo sporadico o mai nella vita, fino alla diagnosi di AIDS. La percezione del rischio è quasi scomparsa e lascia spazi alla paranoia totale che crea ancora più danni.
Pressoché in tutta Europa e negli Stati Uniti si cerca di correre al riparo modificando le strategie di prevenzione, o le linee guida. Scalpore hanno fatto, per esempio, le raccomandazioni del CDC che introducono il concetto di “opt out” secondo il quale a tutte le persone che accedono ai servizi sanitari dev’essere fatto il test con una semplice notifica, a meno di un esplicito rifiuto del paziente.
(HIV screening is recommended for patients in all health-care settings after the patient is notified that testing will be performed unless the patient declines (opt-out screening - Revised Recommendations for HIV Testing of Adults, Adolescents, and Pregnant Women in Health-Care Settings, CDC).
Recentemente in alcune farmacie di Barcellona è stato distribuito in via sperimentale il test rapido, modalità operativa che, come è noto, non condivido perché abbandona ciascuno a sé stesso in un momento cruciale e perché non favorisce l’affermarsi di una cultura del prendersi cura di sé consapevolmente. Si tratta comunque di un segnale chiaro della volontà, assolutamente condivisibile, di tenere sotto controllo l’epidemia con uno strumento diagnostico più veloce.
In Italia per ora non si nota nulla di tutto questo, speriamo che qualcosa di interessante esca dalla prima Italian Conference on AIDS and Retrovirus (ICAR) del maggio prossimo, alla cui organizzazione Arcigay ha partecipato. È importante che le associazioni omosessuali sappiano gestire in modo strategico questo passaggio nell’interesse della nostra comunità, con investimenti, accordi e sodalizi trasversali, come in parte sta già accadendo, tesi ad implementare l’offerta di screening, a tutelare la riservatezza e la lotta contro la discriminazione delle persone sieropositive e, soprattutto, a farsi carico in prima persona di servizi di test community based, anche attraverso l’introduzione di tecniche diagnostiche rapide purché adeguatamente supportate.
Inoltre va rafforzata e concretizzata la nostra lotta storica per la giustizia sociale e i diritti umani che, come più volte dichiarato alla conferenza di Città del Messico, svolge un ruolo importante nell’ambito di una visione strategica globale nella lotta contro l’epidemia da HIV.
È decisamente ora di lasciare da parte le schermaglie da pollaio e lavorare su quello che conta davvero.

SANDRO MATTIOLI
Responsabile salute
salute@cassero.it
www.casserosalute.it

27 Aprile 2009

ARCOBALENI

Archiviato in: Benessere — Tag:, , , — Cassero Salute @ 19:08

Per tutti e tutte è complicato comprendere se stess* e affermarsi in quanto tali, ma lo è ancora di più per le persone omosessuali, bisessuali e transgender. In una società declinata quasi esclusivamente secondo modalità proprie della maggioranza eterosessuale, è sempre più difficile essere persone lgbt. Ancor più persone lgbt felici.    

Spesso infatti gli strumenti a disposizione per chi possiede un orientamento sessuale altro non sono sufficienti a sviluppare un percorso completo e sereno di comprensione e affermazione di sé nella costruzione della propria identità.

Pensiamo al coming out come ad una meta, alla meta per eccellenza, un momento fondamentale, a volte difficile da raggiungere, il traguardo, dopo cui tutto – forse – sarà più semplice: i rapporti con la famiglia d’origine, con gli amici, con il mondo del lavoro, la costruzione di una vita piena di, relazioni amorose, amicizie importanti, realizzazione in quanto persone.

Ma non è così. Il coming out infatti non esaurisce il processo di piena accettazione di sé e di visibilità con gli altri, specie in questa società sempre più conservatrice, meno rispettosa delle specificità di chi non è come ‘tutti gli altri’, una società che discrimina in forme sottili e non, che ti picchia per strada, che ti insulta se baci il tuo partner, che non accetta che due persone dello stesso sesso possano amarsi, sposarsi, costruire una famiglia e crescere ed amare dei figl*.

Rivolto esclusivamente a persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender, che abbiano già preso coscienza del proprio orientamento sessuale, indipendentemente dal grado di visibilità con l’esterno, Arcobaleni è un laboratorio intensivo di formazione personale, un’occasione di sperimentazione, auto-apprendimento e crescita individuale, insieme con altre persone lgbt, in un contesto accogliente ed affermativo del proprio orientamento sessuale.

Il gruppo come potente cassa di risonanza del/la singol*, uno spazio ed un tempo per la relazione come veicolo di comprensione di ciò che si sa, si fa e si sente – ovvero di ciò che si è in quanto persona lgbt, ovvero dotata di un’identità altra rispetto alla maggioranza eterosessuale.

Già realizzato con successo a Bologna nel novembre del 2008, Arcobaleni viene riproposto ora in una formula che vuole offrire migliori condizioni di adesione per chi partecipa, ripetendosi a distanza di sette giorni in due fine settimana di maggio (sabato 9 e domenica 10; sabato 16 e domenica 17). Ogni partecipante potrà scegliere la data preferita, sino ad esaurimento posti (max 18 persone per laboratorio).

Strutturato su 2 giornate, il laboratorio è pensato come un percorso di auto-apprendimento nel quale i/le partecipanti potranno approfondire tematiche quali l’autostima, l’affermazione di sé, la destrutturazione di stereotipi legati al proprio orientamento sessuale, la relazione con l’altro e l’omofobia.

Il/la partecipante potrà sperimentarsi nella comprensione dei propri comportamenti di difesa e reazione, in particolar modo il laboratorio si pone come obiettivo il favorire una migliore presa di coscienza dei processi individuali rispetto al tema dell’omofobia interiorizzata.

Il laboratorio sarà realizzato dal dott. Emanuele Pullega, conduttore di gruppo e formatore esperto di dinamiche di gruppo e tematiche lgbt. Emanuele Pullega è laureato in Scienze Politiche all’Università di Bologna e diplomato al Master Scuola Conduttori di Gruppo della Fondazione Adolescere, Voghera, ha esperienze diversificate negli ambiti dell’editoria, della gestione delle risorse umane, dell’associazionismo LGBT e della formazione. Dal 2000 collabora con Arcigay Bologna per l’ideazione e realizzazione di servizi per le persone omosessuali. Ha progettato e realizzato la fase train the trainers del progetto transnazionale Schoolmates (Programma DAFNE II della Commissione Europea) per la prevenzione e il contrasto del bullismo a sfondo omofobico nelle scuole superiori. Dal 2006 progetta e realizza laboratori di educazione non-formale rivolti a persone lgbt.

Leggi la scheda del laboratorio ARCOBALENI

Per ulteriori informazioni sui costi, sulle modalità di iscrizione, sul laboratorio, potete scrivere a:

ingruppo@cassero.it

o chiamare il 339.5775280

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