Porn to be alive
Non poche persone non vedono di buon occhio campagne di prevenzione con immagini che rimandano, più o meno esplicitamente, ai rapporti sessuali.
Francamente parlando, per il bigottismo ipocrita di palese matrice cattolica che sta percorrendo la nostra società non provo molto interesse, ma se parte di questa mentalità si riversa anche nel nostro modo di pensare e vivere il sesso allora la cosa mi riguarda, anzi ci riguarda.
La nostra città, Bologna, è caratterizzata dall’assenza, per il secondo anno consecutivo, di campagne pubbliche riguardanti le malattie a trasmissione sessuale. Ma è anche caratterizzata da un susseguirsi di picchi epidemici di epatite A che colpisce in particolare uomini omosessuali (ho un bel da chiedermi perché non facciamo il vaccino), per non parlare dei dati relativi alla sorveglianza dei casi di HIV recentemente usciti che hanno confermato che la media regionale dei casi di HIV è tra le più alte del Paese.
In Italia è difficilissimo parlare di sesso, di preservativi o mezzi di prevenzione. Associare questi ultimi al
piacere sessuale è impresa ardua. Ancora oggi è idea comune che il preservativo va usato per evitare gravidanze o se si è malati (e ciò nonostante si pretende di fare sesso).
Survey non vengono svolte in Italia su questi temi, tranne qualcosa sulla salute riproduttiva.
Pochissimo viene fatto per promuovere i test diagnostici, al massimo qualche attività spot su camper; niente è mai stato fatto dalle autorità per prevenire lo stigma sociale che spesso ricade sulle persone colpite da MTS, come ben sanno le persone che vivono con l’HIV.
Pertanto non c’è da stupirsi se una quantità industriale di agenti patogeni trasmessi per via sessuale agiscono con relativa tranquillità in Italia.
Ma che cosa succede altrove nel pianeta? È possibile che tutti siano così bigotti da non nominare invano quella parola?
Ovviamente no.
Le best practices si sprecano in giro per il mondo, Europa inclusa. Da più parti ci si è resi conto che evitare l’argomento “pratiche sessuali” aiuta virus e batteri a fare meglio il loro lavoro.
L’associazione inglese Gay Men Fight AIDS (GMFA), ad esempio, da numerosi anni organizza corsi di formazione. Fra gli altri “The Arse class” è un corso, specifico per tutti gli MSM, che voglio imparare di più sul sesso anale (“arse” significa culo). Il programma comprende spiegazioni sul funzionamento del retto, come mantenerlo in salute, come migliorare la propria vita sessuale.
Lo so, fa ridere… ma è meglio sentirsele spiegare queste cose o impararle strada facendo, magari sperimentando malattie anali o, più banalmente, dolore durante i rapporti?
Più di recente alcune paludate organizzazioni hanno studiato la possibilità di utilizzare materiale pornografico per veicolare messaggi chiari di prevenzione nel mainstream gay.
Un bello studio, ad esempio, è stato presentato alla Conferenza mondiale AIDS di Città del Messico dal Victorian AIDS Council.
I ricercatori australiani hanno rilevato un problema nel conciliare le “pulsioni” implicite nelle campagne di prevenzione dalle MTS, con un certo conservatorismo dilagante nella comunità gay.
Hanno quindi preso in esame tre campagne che utilizzavano materiale esplicito e sono giunti alla conclusione che è possibile l’uso di materiale porno per veicolare messaggi di prevenzione, purché il processo veda un ampio coinvolgimento degli attori interessati.
Nel giro di poco tempo, “casualmente” in Australia è uscito il sito www.protection.org.au che tanto ha fatto discutere per l’utilizzo di immagini esplicite, peraltro opportunamente coperte da testi a mio avviso chiari e ben fatti. Qualche contrarietà l’ha creata anche al nostro interno soprattutto rispetto all’utilizzo di alcuni termini, come “sex pigs” (espressione comunemente usata nella ricerca sociale anglosassone in riferimento a persone che hanno numerosi partner sessuali).
Gli inglesi di GMFA sono andati ancora oltre con la produzione e distribuzione di un opuscolo dal titolo “Hot Sex”, dove le illustrazioni lasciano ben poco spazio all’immaginazione, e dove ad ogni immagine, corrispondono consigli relativi a come fare quella pratica godendosela ed evitando “incidenti”.
In nessun caso quindi le immagini pornografiche sono state veicolate in assenza di chiari messaggi sulla
profilassi, è del tutto evidente che non sono sufficienti un preservativo indossato su un’erezione e un paio di fiocchi rossi per fare prevenzione.
Pur con tutte le differenze del caso e le difficoltà implicite nell’operare in Italia, il Cassero ha “aperto le danze” anche in questo campo e sta cercando di portare avanti questo tipo di impostazione che io trovo efficace non foss’altro perché diretta, oltre che supportata da ricerca scientifica.
Nel corso dell’anno che si è appena chiuso abbiamo prodotto alcune campagne, esposte in sede e nei locali del circuito commerciale, che sono state ben accolte dalla comunità e un breve spot realizzato, in occasione del 1 dicembre, con il contributo di alcuni soci e socie che hanno accettato di spogliarsi e mettere la faccia (e il culo) per la lotta contro l’AIDS.
Nella stessa direzione sta procedendo anche l’Associazione nazionale. Finalmente nelle campagne di Arcigay si incominciano a vedere corpi nudi e ritengo che, nonostante qualcuno lamenti una presunta mancanza di buon gusto, stiamo procedendo nella direzione giusta.
Sandro Mattioli
Responsabile Salute
Arcigay Il Cassero




