Report prima giornata conferenza italiana AIDS.
La seconda conferenza italiana AIDS 2010 (ICAR 2010, Italian Conference on AIDS and Retroviruses), è stata
inaugurata oggi a Brescia nella splendida cornice dell’Auditorium S. Barnaba.
La conferenza si snoda in tre giornate fitte di workshop, letture e simposi, dal 20 al 22 giugno, presso la facoltà di medicina dell’Università di Brescia.
Dato importante di ICAR, o dovrebbe esserlo, è la presenza delle associazioni e della comunità dei pazienti fra gli organizzatori. In seno a ICAR esiste infatti un comitato delle associazioni di cui fanno parte Anlaids, Lila, Nadir e ovviamente Arcigay a rappresentare la nostre associazione il Cassero ha inviato il sottoscritto e Tiziano Redi volontario del gruppo salute.
Come tutte le inaugurazioni, anche questa è incominciata con il saluto di vari autorevoli esponenti della sanità nazionale e locale che tralascio volentieri.
Mi limito a sottolineare la presa di posizione del responsabile della azienda sanitaria di Brescia, tal dott. Scarcella, il quale, probabilmente più per ragioni ideologiche che per validità scientifica, è arrivato a dire che avendo la città di Brescia un alto tasso di immigrazione, ha anche un’elevata incidenza di HIV. Francamente sentire sciocchezze simili in una conferenza scientifica, fa un po’ ribrezzo. Ma andiamo oltre.
Tra i vari conestabili della sanità italiana, da sottolinea l’intervento del dottor Pecorelli dell’agenzia del farmaco il quale, tanto per cambiare, ha sottolineato come i costi dei farmaci stiano lievitando. In particolare ha citato i nuovi farmaci che oggi vengo usati in prima linea nonostante siano molto costosi, e quindi dobbiamo seriamente valutare i “percorsi migliori”.
Probabilmente un aumento dei morti per la strada potrebbe essere un percorso valutabile in termini di sostenibilità economica, chissà.
Il dott. Giorgio Palù co-presidente ICAR, prende la strada opposta e ricorda che il Paese ha bisogno di innovazione, di ricerca scientifica di base perché è da quella che gemma l’innovazione. L’AIDS è “addomesticato” grazie agli ormai 20 farmaci, ma serve ricerca in ambito virologico di base. Non è pensabile che l’Italia resti fuori dai giochi e nostra ricerca virologica si trovi spopolata.
Il prof. Sagnelli, presidente di SIMIT (Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali), anticipa la presentazione del prof. Carosi (presidente ICAR) e ci spiega che ICAR nasce per un’esigenze che viene dalla base, ossia per trovare uno spazio adeguato ai ricercatori italiani i quali, considerando quanto si spende in Italia per la ricerca, sono tra i migliori al mondo. Di qui la necessità di una conferenza ad hoc per poter valorizzare i risultati raggiunti dai nostri ricercatori.
Il professore chiude anche lui con una nota relativa ai farmaci che sono costosi, sono tanti e vanno dati in associazione “ma chi ha buona volontà i problemi li risolve”…
Il prof. Carosi, direttore malattie infettive Ospedali civili di Brescia e presidente ICAR, illustra il programma. ICAR si ispira al CROI quanto ad eccellenza scientifica e per il fatto che non è una conferenza di impronta commerciale, ma primariamente scientifica. Mantiene ICAR anche la struttura del CROI con un comitato scientifico e un comitato delle associazioni.
Finiti gli interventi di apertura, la prima giornata è proseguita con alcune letture ad iniziare da quella del dott. Joep Lange Università di Amsterdam, ha aperto le danze con una presentazione dal titolo molto chiaro “HIV 2010 top ten issue”.
Quali sono i punti chiave per combattere HIV ad oggi?
In testa a tutti ovviamente la prevenzione, che deve essere targettizzata, sottolinea il dott. Lange (cosa che in Italia fa praticamente solo la comunità omosessuale): in questo campo alcuni successi sono stati ottenuti anche in Income Countries (Brasile, Uganda, Thailandia) per lo più grazie ad approcci strutturali dal punto di vista biomedico, investimenti delle strutture pubbliche e, sottolineo, ad una visibile presenza della leadership della comunità dei pazienti.
Punto di vista interessante quello di Lange se si considera che le associazioni italiane faticano non poco ad essere tenute in considerazione nell’organizzazione di ICAR.
Il secondo punto non per caso riguarda le terapie che contribuiscono sia a bloccare e tenere sotto controllo la replicazione virale, sia in termini di prevenzione. Come sappiamo infatti, un paziente sieropositivo aderente alla terapia, con viremia sotto le 40 copie e in assenza di MTS non trasmette l’HIV. La prevenzione quindi, anche in modalità alternative alla “tradizionale”: si ritorna, per esempio, a parlare di PrEP. Tornando alle terapie un punto sul quale si discute molto è il timing of treatment initiation: noi siamo abituati a parlare di inizio delle terapie a 350 CD4 ma non è così per tutti. Non negli USA ad esempio, dove si predilige il cosiddetto earlier start per numerosi validi motivi che vanno da evidenze di incremento della sopravvivenza, della possibilità di non contrarre la TB, di evitare la sindrome da immuno-ricostituzione nonché i tumori non AIDS correlati e, come detto sopra, la possibilità di ridurre la trasmissione di HIV.
Si è vero iniziare un regime terapeutico già a 500 CD4 comporta un incremento nei costi, ma si tenga conto dell’interessante studio presentato al CROI 2009 (Weber R. e al. XII CROI 2005 abst 595) che ha dimostrato che l’inizio precoce della terapia fa crollare il rischio di morte per problemi a carico di altri organi (fegato, cuore, cancro), ottenendo quindi un complessivo aumento della qualità della salute delle persone e, se proprio lo vogliamo considerare, anche un complessivo risparmio economico.
A seguire HIV/TB, viene segnalata la consistente ripresa nella tubercolosi (500 mila morti nel 2009) sostenuta dall’epidemia di HIV; sostenibilità economica e risposta globale, l’età dei pazienti sieropositivi i quali, rispetto a non poi tanti anni or sono quando morivano tutti, oggi invecchiano e questo pone un problema relativo alla gestione di una serie di malattie della terza età in relazione all’HIV, ma c’è di più. Un bell’editoriale del dott. Giovanni Guaraldi apparso sulla rivista ReAd (giugno 2010) ci informa che i CDC negli USA sostengono che nel 2015 oltre il 50% delle persone sieropositive negli Stati Uniti avranno più di 50 anni e, per ricalcare la battuta di Guaraldi, HIV entra nell’area geriatrica nel senso che un elemento che caratterizza la vecchiaia è la presenza di danni multiorgano. Nelle persone sieropositive, l’attività di HIV pare che anticipi una serie di malanni multiorgano, appunto, tipici delle persone anziane (osteoporosi, problemi cardio-vascolari o cognitivi, diabete mellito, malattie renali e al fegato, ecc.), al punto da suggerire, ma saranno necessari ancora studi, che HIV acceleri l’invecchiamento organico.

Studio D.A.D rischio con > 500 CD4
L’aderenza terapeutica, tema che verrà trattato anche in seguito, è ovviamente ancora uno degli elementi chiave rispetto al trattamento dell’HIV, senza dimenticare lo sviluppo di nuovi farmaci e soprattutto l’eradicazione del virus rispetto alla quale siamo ancora molto lontani.
Argomenti che coinvolgono aspetti diversi fra loro e che fanno supporre che la via per il futuro consisterà dal passare da una attenzione AIDS centrica, ad una maggiormente centrata sulla salute a 360 gradi.
La lunga presentazione del dott. Pozniac del Chelsea and Westminster Hospital London, ha analizzato tre temi centrali chiedendosi se efficacia, aderenza e qualità della vita possono essere ottenuti già oggi con i regimi ARV nostra disposizione.
Il dottore ha iniziata la carrellata presentando una slide ormai piuttosto nota relativa all’aspettativa di vita delle persone sieropositive.
Uno studio sugli oltre 4 mila pazienti della cohorte athena, ha evidenziato che raggiunta l’età di 25 anni se l’aspettativa di vita rimanente per la popolazione generale è di 53,1 anni, per le persone con HIV asintomatico è di 52,7 anni di vita. Per cui pressoché uguale.
Arrivare allo stadio sintomatico di HIV comporta un aumento del rischio di mortalità, anche per questo è importante non giungere tardi alla diagnosi di HIV, con un basso livello di CD4 e i primi segni dell’AIDS in arrivo. Al contrario è importante mantenersi controllati e, se deve succedere, almeno scoprire in tempo l’avvenuta sieroconversione.
Se è vero che i farmaci disponibili agiscono in modo efficace anche in casi di AIDS conclamato, è anche vero che lo studio CHARTER (CROI 2009, abst. 429), ci informa che un basso livello di nadir nella conta dei CD4 è associato a problemi neurocognitivi, ossia danni al cervello. Nadir è il più basso livello di CD4 raggiunto dal paziente, solitamente prima dell’inizio della terapia.
Anche in questa presentazione è stato trattato il tema della interazione fra età anagrafica e HIV, per giungere alla medesima conclusione del precedente intervento ossia che occorrono altri studi per stabilire gli effetti della terapia ARV sulla popolazione sieropositiva.
Ciò detto è emerso che il paziente sieropositivo deve iniziare prima del normale a monitorare una serie di eventi potenzialmente dannosi per l’organismo che vanno dalla ipertensione, alla dislipidemia, ai problemi cardiovascolari e per questi pazienti vanno presi in considerazione in termini di routine esami come la colonscopia, in particolare negli MSM (anche non HIV+), la mammografia, il test PSA per la prostata.
Da qui è partita una lunga serie di slide, che vi evito, tutta incentrata sulle possibile sfighe che costellano quei 52,7 anni presentate con britannica diligenza: studi sull’incremento del rischio cardiovascolare nelle persone con HIV (occhio al fumo e al colesterolo), problemi cronici al fegato (epatiti), ecc.
Sta di fatto che mentre nel 2000 il 47% dei casi di morte era dovuto ad eventi AIDS correlati, nel 2007 il valore è sceso al 36 % e parallelamente sono aumentati i valori relativi al cancro, all’epatite C, alle malattie cardiovascolari, ecc.
Una serie di eventi non AIDS correlati, quindi, che il relatore riconduce a fattori diversi che vanno dallo stile vita, ma anche alla tossicità dei farmaci ARV e allo stato di infiammazione persistente indotta da HIV o, meglio, dall’attivazione immunitaria che causa HIV.
Un segnale positivo viene dai regimi terapeutici ARV altamente attivi, la cui efficacia, in termini di soppressione virale, rimarrebbe inalterata anche in caso di aderenza non ottimale. Argomento che verrà ripreso anche in seguito.
In conclusione i pazienti con HIV vivono più a lungo e quindi si confrontano con una serie di eventi sanitari tipici della loro età.
Eventi che, tuttavia, posso essere accelerati a causa dall’attivazione immunitaria e dagli effetti tossici dei farmaci ARV nel lungo periodo, pertanto la definizione di efficacia dei regimi terapeutici andrebbe rivista in termini di tollerabilità (mi verrebbe da aggiungere che i farmaci andrebbero rivisti in termini di minore tossicità).
Purtroppo non è stato possibile ascoltare la presentazione che avrebbe dovuto trattare l’argomento relativo ai trapianti nelle persone con HIV, un tema sul quale sono stati fatti passi in avanti incoraggianti, e si è passato alla presentazione del dottor Vella dell’Istituto Superiore di Sanità che ci ha illustrato i due progetti Neat e Esther.
Neat (European AIDS Treatment Network) è un enorme network di ricerca, finanziato dalla Commissione Europea, che coinvolge oltre 40 istituzioni di 16 Paesi europei, che ha lo scopo di sviluppare approcci strategici nella lotta contro HIV. Il progetto Esther invece si rivolge ai Paesi in via di sviluppo, primariamente in Africa, sia in termini di collaborazione diretta che di formazione degli operatori sanitari locali.
Sandro Mattioli
Responsabile Salute
Arcigay Il Cassero
Bologna