XVIII Conferenza mondiale AIDS - 2 giornata
XVIII Conferenza mondiale AIDS – 2 giornata
La seconda giornata inizia con un interessante workshop dal titolo “Advancing Prevention for People Living with HIV”.
Interessante ma piuttosto strano: si tratta di una ricerca che si è interrogata sul significato della riduzione del rischio non basata sull’uso del preservativo.
Parliamo delle cosiddette “strategie di riduzione del rischio”: uscire prima dell’eiaculazione, attenzione ai ruoli sessuali (insertivo meglio che ricettivo), porre attenzione allo stato sierologico del partner, nonché alla carica virale del partner sessuale in quanto indice di infettività. Tutte pratiche che sono state esaminate da un gruppo di discussione composto da uomini gay con l’intento di scoprire se avessero significato.
La ricerca è stata condotta nel Regno Unito attraverso la somministrazione di interviste a 42 gay età fra i 18 e i 58 anni. Tutti gli intervistati erano HIV+ (in media da oltre sei anni) con almeno una esperienza di sesso anale non protetto nell’ultimo anno. Le interviste andavano a sondare le percezioni e le risposte al rischio di trasmissione sessuale dell’HIV, nonché le strategie personali adottate per ridurre il rischio.
I risultati portati all’attenzione dell’assemblea, hanno mostrato che gli MSM sieropositivi non sono molto interessati a strategie che comportino la sola riduzione del rischio, preferiscono l’eliminazione del rischio che associano all’uso del preservativo. Salvo ovviamente il fatto che avevano tutti una storia di sesso anale senza condom e che il preservativo protegge si, ma non al punto da eliminare il rischio.
Un desiderio, quello di praticare safer sex con partner discordante, che viene influenzato da una miriade di fattori situazionali.
Tutti hanno considerato inaccettabile la possibilità di chiedere informazioni sullo stato sierologico del partner per via dello stigma correlato all’HIV, oltre alla riluttanza nell’escludere un gruppo di possibili
partner sessuali.
La ricerca è arrivata alla conclusione che gli MSM sieropositivi rimangono incerti sull’efficacia delle strategie di riduzione del rischio. Queste “scoperte” hanno fatto sorgere due dubbi al ricercatore: che le strategie in questione siano più utilizzate nella logica di evitare di prendere l’HIV che nella logica di evitare di trasmetterlo agli altri; 2 che le pratiche di riduzione del rischio non siano discusse a priori.
Ora, io capisco che nel UK sono abituati a fare una ricerca anche per capire dove la domestica ha nascosto la carta igienica, ma solo a me sembra che questo studio abbia scoperto l’acqua calda?
Onde evitare altre stranezze, mi sono quindi spostato nella session room vicina dove si stava affrontando un tema scabroso dal titolo “Get them while they’re young”. Non si tratta di istruzioni per pedofili, bensì di valutare quali strategie adottare nei confronti dei giovani omosessuali neo diagnosticati.
Cosa interessante anche per noi, non foss’altro per il fatto che molti di coloro che si rivolgono al Cassero appartengono a questo gruppo.
La ricerca presentato dallo statunitense Dalmacio Flores, parte dal presupposto che, dopo 30 anni di epidemia, quello dei giovani MSM (YMSM) è ancora il maggior gruppo a rischio degli USA. Nonostante sia chiaro a tutti che nel mondo esiste l’HIV, questo gruppo sembra essere indifferente ai messaggi di prevenzione che vengono prodotti. La conseguenza è appunto un numero elevato di HIV+.
Quello descritto è un piccolo studio condotto su un gruppo di dieci YMSM dai 18 ai 24 anni, attraverso interviste vis a vis; tutti gli intervistati avevano ricevuto la diagnosi di HIV negli ultimi 12 mesi.
I risultati dell’indagine sono abbastanza sconvolgenti: a dispetto dei rischi di trasmissioni sessuale elevatissimi che corrono questi ragazzi, nessuno di loro credeva che avrebbe mai potuto infettarsi.
E’ inoltre emerso che la pornografia on line è, di fatto, il manuale di educazione sessuale più usato da questo gruppo, al punto che lo speaker ha proposto di incorporare messaggi di prevenzione dall’HIV nelle piattaforme web maggiormente usate dai giovani gay.
Questi ragazzi hanno scoperto di essere attratti dagli uomini molto presto, ed essi stessi ritengono che l’introduzione di modelli di riferimento gay nelle regole su prevenzione e safer sex, avrebbe potuto essere d’aiuto nello sviluppo della loro identità sessuale e, di conseguenza, anche dei comportamenti sessuali.
In conclusione, secondo il relatore, le strategie di prevenzione devono essere riviste per venire incontro alle esigenze dei giovani omosessuali. Gli attuali interventi di prevenzione arrivano al target YMSM con troppo ritardo, quando ormai i comportamenti a rischio sono parte integrante della loro esperienza sessuale. È quindi essenziale un intervento che tenga conto dello specifico omosessuale e della giovane età del target.
Un altro workshop ha affrontato il tema delle difficoltà che incontrano le coppie sierodiscordanti, qui chiamate siero differenti perché, come ha spiegato il conduttore del workshop, il termine discordanti sembra che faccia riferimento a qualcuno che non va d’accordo…
Le coppie siero differenti affrontano spesso parecchie sfide di carattere sociale, sessuale, riproduttive che possono contribuire a creare parecchi problemi al rapporto. Numerosi sono gli studi bio-medici su questo genere di rapporti ma pochissima attenzione è stata prestata dinamica psicosociale a partire dal timore di infettare il partner anche nel caso di carica virale non rilevabile.
Dinamiche che hanno implicazioni sulle scelte sessuali e riproduttive, sulle modalità di comunicazione e sulle strategie di riduzione del rischi di trasmissione, così come sul mantenimento di uno stato generale di buona salute.
Attraverso un format interattivo, sono stati esaminati i percorsi personali si alcuni relatori in quanto best practice, valutati programmi sanitari e di supporto delle coppie dal diverso stato sierologico
L’ultimo simposio della giornata è stato organizzato da Abbott. Il titolo era “Partering with our patients: optimizing long-term outcomes”.
Il workshop è iniziato con l’esposizione di Michael Carter. Un signor nessuno, uno come tanti, che ha
presentato la propria esperienza di persona sieropositiva che vive in un paese, il Regno Unito, che non ha problemi di carattere sanitario, che ha leggi contro la discriminazione, dove i gay godono di pari diritti. Michael ha raccontato semplicemente la sua vita di sieropositivo dal 1991, con carica virale undetectable (< 50 copie/ml) dal 1998 ad oggi, del buon rapporto con il suo medico che cerca di individuare il regime terapeutico migliore coinvolgendo il paziente nella scelta.
Michael non vive ovviamente nel paradiso, anche lui ha provato la depressione, lo stigma e la discriminazione a volte perfino dal personale sanitario. Ma ha anche trovato il modo di andare avanti, nonostante le pessime notizie dell’epidemia fra i gay del suo paese, di ritrovare la gioia di un giro in bicicletta, di partecipare ad una maratona e soprattutto di aver voglia di invecchiare. Michael non si fa illusioni: è preparato per un futuro fatto di ricorsi frequenti all’assistenza medica sia per HIV che per problemi sanitari di altra natura, ma, convinto come un pompiere, ci rassicura che continuerà a ricercare in modo proattivo tutto il supporto che gli necessita per vivere a lungo e in salute.
Il resto del simposio è stato di carattere scientifico, si sono alternati relatori che hanno parlato di test, dei problemi neurologici indotti da HIV, dell’aumento dell’età media delle persone sieropositive, metà delle quali avranno più di 50 anni nel 2015. Tutte cose interessanti ma che vi risparmio per rimarcare come sia stato interessante l’approccio metodologico del simposio.
Condivido in pieno l’idea di portare un esempio positivo, un paziente che vive l’HIV con ottimismo, speranza per il futuro, progettualità e voglia di vivere. Un esempio che ci dice che un buon livello di vita è ottenibile laddove l’accesso ai farmaci è possibile e semplice, dove ci sono medici preparati, sensibili, in grado di rispondere anche ai bisogni emotivi non solo biologici, dove c’è la possibilità di vivere con un minimo di serenità il proprio orientamento sessuale, senza essere ignorato o discriminato da chi dovrebbe tutelarti, dove le opportunità di lavoro e di crescita personale sono concrete.
Nulla di tutto questo mi ricorda l’Italia.
Sandro Mattioli
Responsabile Salute
Arcigay Il Cassero
Bologna
