Il Cassero è un’associazione politica.
Prima di ogni altra cosa, politica.
Non per caso l’articolo 2 dello statuto pone fra i valori fondanti l’Associazione, l’inclusione sociale e il rifiuto di ogni discriminazione.
Passaggio scontato? Per niente.
Purtroppo oggi il Cassero sembra aver perso di vista quel valore fondate che, spesso, viene dato per assunto, probabilmente passato di generazione in generazione attraverso il trucco, o la superficialità ormai sempre più spesso eletta a sistema di vita e, quel che è peggio, di valutazione degli altri e delle altre.
In questo scenario è vissuto come del tutto normale “chiacchierare” e quindi discriminare chi ha, per esempio, un problema di salute.
Allertare le compagne di rotocalco che c’è un appestato nel gruppo, qualcuno da additare, da evitare se non si vuole finire come lui.
Se nel nostro gruppo di lavoro non siamo in grado di offrire un sostegno a chi ha un problema che di certo non si è scelto, di aderire a regole minime di correttezza, è legittimo chiedersi perché mai il resto della società civile dovrebbe accettare i gay e le lesbiche che, nello stesso modo, il loro orientamento sessuale non se lo sono scelto.
Se siamo a questo punto evidentemente il responsabile salute non può che prendere atto, oltre ad aver sbagliato buona parte del proprio percorso sociale se così poco di ciò che significa salute e benessere è stato introiettato da chi svolge quotidianamente la propria opera al Cassero, che non è più sufficiente trovar scritto sullo statuto che il Cassero non discrimina chi ha un problema di salute anche solo presunto, che non basta mettere a disposizione preservativi e lubrificanti, che è stato inutile ideare campagne di prevenzione e un convegno, il primo in Italia, contro la discriminazione delle persone sieropositive.
Inutile perché evidentemente ben poco di quanto pensato, scritto, detto è rimasto nelle abitudini, nella
quotidianità del Cassero. Nella nostra quotidianità.
In questo quadro, non stupisce che non sia stato fino ad ora possibile organizzare, per esempio, un gruppo di sieropositivi gay al Cassero, perché il Cassero vede, giudica, diffama ed cosa nota anche a chi non abita l’Associazione. “Se lo dico li dentro non trovo più un amico” o ” non scopo più” sono le frasi più ricorrenti che mi motivano le richieste di supporto emozionale fuori dalle mura del Cassero, fuori da quella che molti chiamano la loro casa, pur trattandola come un mercato.
Occorre, probabilmente, ricominciare dall’inizio, dall’abc, dai motivi che hanno portato e portano alcuni fra noi a scegliere la strada del lavoro in una associazione che non è un teatro, una scuola di recitazione, di giornalismo, di dj, di gestione dei gruppi, tantomeno di politica. Il Cassero è tutto questo, nel suo insieme, in quanto associazione politica. Se perdiamo di vista questo, e lo stiamo perso di vista, non c’è alcuna differenza fra il Cassero e il pub all’angolo: chiunque è in grado di regalare preservativi e ospitare feste.
Se non siamo in grado di modificare il nostro agire quotidiano sulla base di una motivazione profonda, non possiamo sperare di cambiare quello dell’omofobo.
Va quindi rilanciata, studiata e messa in atto una formazione mirata a chi fra di noi ha rapporti quotidiani con altre persone come noi. Una formazione non formale, non tecnica, ma che miri a far sviluppare la coscienza e il pensiero comune necessari a far crescere l’Associazione e a farla muovere in una logica di accoglienza e non di discriminazione.
Il Progetto Benessere sta studiando dei percorsi formativi per tutti e tutte.
Saranno percorsi non facoltativi, realizzati con la periodicità necessaria a garantire il minimo comune denominatore necessario a capire, condividere e soprattutto vivere, dentro e fuori Il Cassero, i principi che animano l’Associazione.