XVIII conferenza mondiale AIDS - 1 giornata
Vienna quest’anno ospita, dal 18 al 23 luglio, l’International AIDS conference dal titolo “Rights here, right now”. Un titolo che da solo esprime chiaramente quale sarà in tema conduttore della conferenza: i diritti umani e la lotta contro la discriminazione come elemento fondamentale nella lotta contro l’HIV/AIDS.
La capitale austriaca ha ben accolto la conferenza mondiale anche con segnali visibili e netti come un
enorme fiocco rosso sull’austero palazzo del Parlamento austriaco, numerosi negozi e abitazioni private, hanno accolto i partecipanti esponendo il fiocco rosso, simbolo della lotta contro l’AIDS, le strade di Vienna piene di manifesti che annunciavano i vari eventi connessi alla conferenza.
Per Arcigay, si tratta della seconda partecipazione a questo grande evento mondiale e quest’anno abbiamo deciso di renderla un’occasione importante per la nostra associazione: abbiamo ottenuto uno stand interamente gestito dai volontari di Arcigay Il Cassero ai quali va il mio ringraziamento per il bel lavoro.
In seguito avrò modo di descrivere in modo accurato l’attività realizzate nello stand.
I lavori della conferenza sono stati seguiti, oltre che da chi scrive, anche da Tiziano Redi, volontario del Cassero, e da Michele Breveglieri, Presidente di Arcigay Verona.
Queste sono le relazioni relative ai workshop della prima giornata.
“where is France?” era lo slogan urlato dagli attivisti di Act Up Paris durante la precedente conferenza mondiale a Città del Messico.
Oggi, vale la bene urlare “dov’è l’Italia?” visto che nella sezione riservata agli espositori erano presenti
Francia, Brasile, ma anche gli stand in rappresentanza di piccoli stati africani, Uganda e altri, che pur hanno scelto di essere presenti.
Ministero della Salute? Istituto Superiore di Sanità? non pervenuti.
Questo è l’interesse che l’Italia dimostra per la lotta contro l’AIDS.
Sottolineato anche da una attivista di Aides France che ci ha fermato in un corridoio per farci i complimenti, perché “in Italia è difficile lottare contro l’AIDS”.
La giornata di domenica è iniziata con un seminario sui test, per lo più tendenti a valutare la possibilità di rendere il test per l’HIV una routine a livello di primary care. Più precisamente le prime relazioni hanno posto l’accento sulle concrete possibilità che hanno i comuni, le municipalità, per implementare l’accesso al test, in linea con le raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità e del CDC (Center for Disease Control). Un esempio interessante è stato il progetto “test Miami”.
Gli ambiziosi obiettivi del progetto, consistevano nel rendere una routine l’esecuzione del test Elisa nei centri clinici, incoraggiare le persone a conoscere il proprio stato sierologico e a richiedere il trattamento, se necessario; eliminare la trasmissione perinatale. Il tutto realizzando una collaborazione fra sanità pubblica e cittadini.
In pratica sono stati coinvolti alcuni medici che hanno realizzato spot televisivi nel tentativo di promuovere una modalità routinaria di eseguire il test. Con un anno di campagne pubblicitarie, per esempi sui mezzi pubblici, al fine di promuovere il test presso la popolazione generale e quindi facendo sì che la gente arrivi a conoscere il proprio stato sierologico e a tenerlo monitorato incrementando, quindi, l’accessibilità ai centri clinici, mantenendo aperto un canale di comunicazione fra medico e paziente.
Sono stati mostrati anche altri esempi di best practice in corso di attuazione da parte di alcune città: test L.A. (1 milione di persone testate in 4 anni), blitz test per strada che hanno coinvolto oltre 15.000 giovani, ecc. Niente di particolarmente innovativo ma è una dimostrazione che le città possono fare qualcosa se realmente vogliono.
Piuttosto deludente e, in parte, contraddittorio è stato il workshop sui vaccini. Iniziato con affermazioni
entusiaste per quanto assurde a bene vedere come “sappiamo molto di più di alcuni anni fa” e vorrei vedere pure il contrario, di fatto si è dipanato più in una serie di richieste di base, per altro le stesse della precedente conferenza mondiale, quali un archivio globale sull’HIV con possibilità accesso per tutti, la necessità di attrarre nuove menti, menti giovani, con nuove idee anche professionalità non direttamente afferenti ad HIV, che, tuttavia, potrebbero introdurre elementi nuovi sul piano metodologico e, naturalmente, dev’essere incrementata la ricerca fondi, un tema che, temo, sarà presente trasversalmente in tutta la conferenza.
Da segnalare come esistano anche gruppi no profit che affrontano il problema vaccino e si occupano di ricerca, come la IAVA (International AIDS Vaccine Iniziative), presente in 25 paesi, che lavora per assicurare lo sviluppo di un vaccino preventivo sicuro, efficace, accessibile da chiunque.
La ricerca continua ma, per ora, non mi sembra che siamo andati oltre il “grande” successo del Thai Trial che ha raggiunto una riduzione di HIV del 31%.
Siamo quindi passati dal vaccino, alla ricerca sulla prevenzione. Nel successivo worshop si è infatti parlato di PrEP (profilassi pre-esposizione), di PEP (profilassi post esposizione) ma poco perché non è il caso che si sappia troppo. In altre parole di come il trattamento antiretrovirale (ARV), sia orale sia topico basato su ARV e microbicidi, possa essere utilizzato in termini preventivi. Un tema importante, Gestito dalla AVAC (Global advocacy for HIV Prevention), sul quale vale la pena di soffermarsi.
Trattamento come prevenzione è una frase che sta a significare l’uso di farmaci ARV per ridurre il rischio di trasmissione. La strategia dovrebbe funzionare come beneficio secondario della terapia antiretrovirale. Il razionale di questo approccio su basa sul fatto che la ARV riduce la carica virale. Una carica virale alta, infatti, è associata a un aumento delle possibilità di infettare i partner sessuali.
La PrEP si inserisce in questo quadro logico. È un approccio sperimentale secondo il quale utilizzando farmaci ARV su persone sieronegative esposte al rischio di infezione, è possibile ridurre il rischio medesimo.
Attualmente sono due le vie percorse, siamo ancora in fase di test ovviamente. Una prevede l’uso del farmaco Tenofovir (TDF) e una l’uso di una combinazione di TDF e emtricitabina (FTC) ossia il Truvada. La ricerca si è concentrata su questi farmaci per la relativa facilità di assunzione (una volta la giorno), per il livello relativamente basso di effetti collaterali e per i dati significativi relativi alla lunga durata terapeutica di questo tipo di farmaci che, in soldoni, significa che le persone sieropositive riescono ad assumere questi farmaci più a lungo di altri schivando il rischio di fallimento terapeutico, probabilmente appunto per la relativa facilità di assunzione.
Si ritorna quindi a parlare i PrEP, dopo i fallimenti di numerosi trial negli anni passati, anzi stanno anche valutando un approccio intermittente alla PrEP.
Come ho già detto siamo ancora nella fase di sperimentazione, una fase che riguarda anche gli MSM (maschi che fanno sesso con maschi). In particolare viene sperimentato (trial CDC 4323) il TDF in MSM sieronegativi. Per questo trial, attualmente in esecuzione negli USA, i primi risultati sono previsti per l’inizio del 2011.
Sulla PEP qualcosa di più sappiamo.
Si tratta, sottolineo, di una terapia di emergenza, non della pillola del giorno dopo. Non significa che possiamo scopare senza condom tanto, se va male, c’è la PEP. Non è assolutamente così.
Concretamente si tratta di assumere per un mese una terapia antiretrovirale altamente attiva, ma anche altamente tossica (infatti la responsabilità della sua prescrizione è in carico all’infettivologo).
Con “altamente tossica” non intendo solo che il vostro fegato protesterà vistosamente, intendo anche che gli effetti collaterali a breve termine, forse i più fastidiosi a livello sintomatico, saranno il vostro regalo per una notte di sesso senza preservativo. Mi riferisco a nausea, diarrea, astenia. Ogni persona reagisce in modo diverso, ma mediamente sono questi i sintomi che si manifestano e che, molto spesso, portano le persone a sospendere la terapia aumentando, di fatto, le possibilità che sia inefficace.
La sospensione della terapia è un dato molto comune, riguarda in media almeno il 50% delle persone che iniziano la PEP, ma fa si che i medici per primi siano dubbiosi sull’opportunità di prescrivere questa profilassi (che ha un costo elevato per il SSN), oltre al fatto che le interruzioni rendono meno evidente l’efficacia della profilassi.
Verso sera si è tenuta la cerimonia di apertura della conferenza, con gli interventi delle varie personalità locali come il Presidente federale dell’Austria e un video messaggio del segretario generale dell’ONU Ban Ki-Moon. Nel complesso piuttosto noiosa se non fosse stata tutta percorsa da una vivace protesta un gruppo di attivisti che hanno rumorosamente protestato contro il G8, colpevole di avere prima promesso poi negati diversi milioni di dollari per consentire il cosiddetto accesso globale ai farmaci.
Al grido di “Broken promises kill” gli attivisti, alcuni dei quali agitavano ombrelli rossi aperti, hanno tappezzato tutto il centro congressi, il salone della plenaria di manifesti, alcuni giganti appesi perfino all’esterno, e hanno installato alcuni palloni giganti con le facce dei capi di stato del G8, fra i quali ovviamente anche il nostro Berlusconi.
Sicuramente i milioni di sieropositivi che moriranno perché non avranno accesso ai farmaci, avranno modo di cantare in coro “per fortuna che Silvio c’è”.
La plenaria di apertura è continuata con alcune relazioni sullo stato dell’epidemia che, come sappiamo, non è dei migliori. Ancora oggi ogni 2 persone che iniziano la Haart ci sono 5 nuove infezioni. In questa conferenza, dal programma appare chiaro, si parlerà molto di anticipare l’inizio della HAART rispetto al numero di 350 CD4 attuali, e si è molto rimarcata la necessità di incrementare la possibilità di accesso ai farmaci nei paesi in via di sviluppo, attualmente siamo intorno al 40%.
Si è parlato della latenza che caratterizza l’HIV, della replicazione virale residua infatti anche quando parliamo di carica virale soppressa, diciamo una sostanziale inesattezza perché il virus è ancora presente nel sangue sia pur con numeri molto bassi (< 40 copie).
Si è parlato degli effetti a lungo termine della terapia, ma anche della presenza del virus in sé nell’organismo e dei problemi che questo comporta ad iniziare dall’attivazione immunologica.
Le possibili strategie terapeutiche oggi non vanno oltre l’ottimizzazione della Haart ossia la sua
intensificazione e l’inizio precoce dei trattamenti. Vitale è eliminare la latenza, ossia le cellule infette ma che attendono il momento propizio per manifestarsi.
Nella slide dall’interessante titolo “what need to be done now”, oltre ovviamente a garantire l’accesso ai farmaci, lo sviluppo di nuovi trial clinici, la realizzazione di consorzi di network di ricerca e la ricerca di fondi, è presente il coinvolgimento della comunità dei pazienti.
Qualcuno è dell’avviso che questo avvenga sul serio in Italia?
La discriminazione, la disuguaglianza sociale, lo stigma, il supporto alle persone sieropositive e il riconoscimento dei loro bisogni, il riconoscimento del diritti umani e gli aspetti legali connessi, le questioni legate alle differenze di genere, sono elementi centrali nella lotta contro HIV e non sono negoziabili. Nelle conclusioni della plenaria di apertura è nuovamente stato posto in evidenza il ruolo della comunità, delle associazioni, il supporto che deve essere dato per la crescita di una community leadership.
Quello che sembrano dimenticare tutti in Italia è che la salute è un bene pubblico e rimane tale anche se sei gay, lesbica, trans, se sei prostituta, se usi sostanze, se sei una persona che vive con HIV. Il nostro compito è ricordarlo a chi ci governa.
Sandro Mattioli
Responsabile salute
Arcigay Il Cassero
Bologna


