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30 Luglio 2012

Conferenza mondiale AIDS: il nostro lavoro è fuori

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Dopo l’intervento in plenaria di Woopy Goldberg, che ha tenuto un discorso di spessore, sia pur con verve e simpatia, ha, infatti, espresso con forza la necessità di combattere TB e Hiv come una unica infezione, è iniziata la sessione di chiusura della Conferenza. Come di consueto i “rapporteur” hanno fatto il riassunto delle girnate di conferenza ma, anche questo come di consueto, talmente veloci che chiunque non parlasse inglese come prima lingua faticava parecchio a seguirli, capirci qualcosa, prendere appunti. Per cui mi scuserete se scrivo solo poche cose che mi sono saltate all’occhio.

Buona parte della sezione scientifica si potrebbe riassumere con “c’è ancora molta strada da fare”, visto che era il tormentone della conferenza. Strategie interessanti, molecole interessanti, modifiche o stimoli al sistema immunitario che potrebbero dare speranze, la genomica apre grandi prospettive, ecc. ecc.

When to start: la domanda se sia meglio iniziare la terapia anti retrovirale a 500 o a 350 è ancora aperta.

Prep: la domanda chiave è: funzionerà nel mondo reale come sembra aver funzionato in sperimentazione? E se si come in che misura? Capite bene che con domande del genere è chiaro che anche su questo punto c’è molto lavoro da fare.

Criminalizzazione dell’Hiv: ancora oggi ben pochi Paesi lo fanno sulla base dell’evidenza scientifica, proprio gli Stati Uniti ci hanno fornito un fulgido esempio lasciando fuori dal paese per anni le persone sieropositive, come se questo avesse mai anche solo per un attimo inciso nella lotta interna contro l’epidemia, e oggi ancora gli USA non consentono l’ingresso a sex worker e a chi fa uso di sostanze.

Riduzione della trasmissione materno-fetale: tutti hanno detto una frase topica “lo possiamo fare fin da ora, abbiamo le conoscenze e le capacità”. Si topica perché è la stessa frase che sentii durante la mia prima conferenza a Città del Messico. Allora mi fece effetto, oggi, 4 anni dopo, mi fa solo infuriare perché è del tutto evidente che il futuro del bel bimbo africano che sorride dalla cartolina, non è affatto positivo ma, almeno per ora, sieropositivo. Tuttavia il segnale è stato dato chiaro e forte: oggi la fine della trasmissione materno-fetale è un obiettivo globale, non è più un obiettivo lasciato alla buona volontà dei singoli stati.

implementazione della circoncisione maschile: altra cosa di cui si discute molto. Proprio a fianco del banner di benvenuto alla conferenza, c’era un contestatore solitario che chiedeva la fine della circoncisione dei bambini.

All’Ucraina in pratica viene fatta una richiesta quasi ufficiale di effettuare un servizio di scambio di siringhe, stante la situazione drammatica dei casi di sieroconversione causato dalla pratica comune di utilizzare una sola siringa per più braccia. Pratica, per altro, che sta tornando in voga anche in Italia ma siamo troppo ipocriti o troppo cattolici, perdonate la ripetizione, per rendercene conto.

Finalmente qualcuno si è ricordato degli MsM i cui bisogni sono ancora molto spesso ignorati a livello di sanità nazionale (toh, allora non solo da noi!).

E altrettanto finalmente il tema dei fondi: investire nella ricerca è basilare in questo momento se vogliamo raggiungere gli obiettivi del millennio, se vogliamo davvero far nascere una generazione AIDS free. Senza contare che senza fondi, investimenti non sarà possibile continuare nella strada dell’accesso globale ai trattamenti, alla PrEP, per non parlare della terapia come prevenzione argomento ultra trattato in questa conferenza.

Il tema dei fondi, perché dire soldi fa brutto, è stato toccato di frequente negli interventi conclusivi, specialmente dai politici, a iniziare dalla parlamentare democratica Nancy Pelosi, molto applaudita per la sua storica battaglia in favore dei diritti delle persone sieropositive. Ma anche contestata da Act Up che chiedeva fondi per il Global Fund. A Nancy, da politica consumata, è bastato dire che è un obbligo morale finanziare il fondo, un obbligo morale combattere L’HIV, un obbligo lottare contro la discriminazione (dimenticando che il suo paese ha discriminato le persone, sex workers e drug users, alle quali non è stato consentito entrare negli usa a causa di una legge moralistica e discriminatoria), perché tutta la platea applaudisse.

Ciò detto la Pelosi ha anche tuonato contro “Big Pharma”, le industrie farmaceutiche “dove siete e perché impedite la diffusione dei generici” che agevolerebbero l’accesso universale ai trattamenti!

Sia Nancy Pelosi che Bill Clinton hanno promesso milioni di dollari a destra e a manca, sicuramente con tutte le migliori intenzioni ma mi sono sembrati poco credibili. Ho difficoltà a credere che senza un intervento economico molto consistente e un cambio radicale nelle politiche sanitarie, negli USA sarà possibile raggiungere un equilibrio ragionevole fra nuove infezioni e persone in terapia e undetectable. Equilibrio che oggi sono molto lontani dal raggiungere.

Un bella risposta dall’attivismo ammesso a parlare in chiusura è arrivato a stretto giro di posta, quando Ian McKnight, Jamaica e Anna Zakowicz, Polonia, co-organizzatori della conferenza, hanno detto a chiare lettere che finanziare il fondo mondiale è più che un dovere morale, perché l’unico scopo del fondo è salvare vite umane. Se non lo fa, è inutile che esista.

E ancora agli USA: perché da un lato stringe accordi come la “Pepfar” per fare arrivare farmaci ai paesi in via di sviluppo, salvo poi stringere accordi altrettanto saldi per limitare l’uso dei generici.

E alle multinazionali: perché pagate viaggi ai clinici per venire alla IAC, quando a Soweto la gente muore di Aids per le strade.

Quei due ragazzi ne hanno davvero per tutti. E non è finita: non raggiungeremo nessuno degli zero definiti dagli obiettivi del millennio, senza l’ottenimento di pieni diritti umani per tutti (quelli che noi chiamiamo diritti civili), stop stigma nel posto di lavoro, negli ospedali, nelle comunità. Non hanno senso leggi che criminalizzano le persone sieropositive, norme o politiche tese a impedire o limitare l’accesso ai preservativi costituiscono posizioni che violano i diritti umani. Basta rinchiudere sex workers in luoghi pericolosi. Le leggi oggi sono, per lo più, guidate dallo stigma, dall’ignoranza, non dal buon senso né dalla evidenza scientifica.

Arrivare a zero nuove infezioni, zero morti per Aids senza fondi significa fare solo chiacchiere, per fermare l’aids servono investimenti.

E allora lanciano un altro obiettivo zero: zero scuse! Facciamo tutti il possibile per combattere ciò che davvero è la benzina che muove e diffonde l’hiv: lo stigma, la discriminazione, la criminalizzazione, la paura, l’ignoranza. A questo possiamo dare una risposta subito.

Tutti temi che verranno ripresi anche da altri attivisti, ma che, soprattutto, verranno ripresi dalla dalla nuova Presidente della IAC, colei che condurrà per mano fino a Melbourne 2014, l’organizzazione di questo grande evento: prof. Françoise Barre-Sinoussi Nobel nel 2008.

La Barre-Sinoussi parte davvero in quarta, affermando che non è accettabile che ci siano 300mila bambini che nascono con hiv, che le politiche di riduzione del rischio siano ostacolate e che le proprietà intellettuali impediscano la produzione di farmaci a costi accettabili.

“Come Nobel è mio dovere fare il possibile perché l’accesso ai farmaci sia universalmente garantito, perché finisca lo stigma, perché a nessuna persona sia vietato l’ingresso in uno stato o sia deportato da un territorio perché sex worker o drug user”. In due parole dice molto più di tutti i politici e con una forza e un carattere che solo una grande donna può comunicare.

La nuova presidente della IAC, ha richiamato tutte le nazioni, in particolare quelle del G20, a seguire l’esempio di Hollande che ha promesso una elevato coinvolgimento della Francia, con tanto di creazione di un fondo di solidarietà.

Diritti e salute non sono negoziabili conclude la Presidente.

Quindi in pratica la marea che dobbiamo invertire insieme, si compone di una serie di punti fermi, di obiettivi senza i quali la marea di infrangerà al primo scoglio:

  1. incremento degli investimenti mirati, su target precisi, come modo strategico per limitare l’incremento di Hiv;

  2. assicurare che prevenzione, trattamenti e assistenza siano forniti sulla base di evidenze scientifiche e non senza tenere conto dei diritti umani e dei bisogni delle popolazioni. Questo include gli MsM, le persone transgender, gli IDU, le donne vulnerabili, i giovani, le donne HIV+ incinte, ecc. Nessuno può essere escluso se vogliamo raggiungere gli obiettivi;

  3. lo stigma, la discriminazione e le norme sanzionatorie devono cessare perché vanificano ogni possibile servizio e intervento di prevenzione;

  4. sensibile incremento dei test eseguiti, dei counselling, delle connessioni con la prevenzione, l’assistenza, i servizi a supporto; perché ogni persona ha il diritto di conoscere il proprio stato sierologico, di ricevere i trattamenti e il supporto che gli serve;

  5. devono essere assicurati i trattamenti per tutte le donne incinte e decretare la fine dell’Aids pediatrico, oltre alla salute delle donne;

  6. espandere l’accesso ai trattamenti a chiunque ne abbia necessità, perché non possiamo parlare di farla finita di l’Aids senza dar seguito alla promessa di un accesso universale;

  7. Identificare, diagnosticare e trattare la tubercolosi, ancora oggi troppe persone che vivono con Hiv, muoiono di TB;

  8. premere a fondo l’acceleratore sulla ricerca di nuovi strumenti di prevenzione e trattamento, inclusi i nuovi approcci come la PrEP e i microbicidi, oltre a una distribuzione ottimale di ciò che già oggi sappiamo funzionare: dal preservativo, alla trattamento come prevenzione; incrementare le ricerche per un vaccino e per una cura, vitali per uscire dalla pandemia;

  9. mobilitazione e significativo coinvolgimento delle comunità colpite deve essere il nucleo della risposta collettiva. La leadership di coloro che sono direttamente colpiti dal virus è fondamentale per una risposta efficace nella lotta contro HIV/AIDS.

In parole povere questi sono i punti della dichiarazione di Washington tesa a porre fine all’epidemia. Questa è stata una conferenza utile a fare il punto della situazione e a porre al centro dell’attenzione le strategie più indicare perché inizi la fine dell’epidemia. Ora abbiamo chiaro il da farsi ma, diciamocelo, da qui a parlare di fine dell’Aids la strada temo che sarà ancora lunga.

Da ultimo mi piace citare l’intervento di Laurindo Garcia, Filippine, Asia/Pacific Community Speaker, il quale, in pochi minuti, ha dato chiare indicazioni a tutti gli attivisti: “il nostro lavoro è fuori da qui, il nostro dovere sarà dare speranza. La mia speranza è quella di un vivere in un mondo dove le persone lgbt siano trattate come persone, un mondo dove le persone che hanno hiv, lo stesso virus che scorre nelle mie vene, non siano discriminate, non si sentano sole ma accettate”, abbiano accesso ai farmaci e magari non siano costrette a sentire il peso di una autonomia di un solo mese di medicine.

Il nostro lavoro inizia fuori dalla conferenza, è vero. È per questo che mi piace assistere ai discorsi di chiusura: perché da ogni intervento è possibile trarre la forza e il coraggio di tornare a casa, alla mia, alla nostra comunità, e ricominciare a scrivere una nuova pagina nella lotta contro l’HIV/AIDS.

Sandro Mattioli
Presidente Plus
Responsabile Salute
Arcigay Il Cassero
Bologna

30 Ottobre 2011

XV Ilga-Europe Conference: Torino 27-30 ottobre

La XV conferenza annuale di Ilga-Europe si è conclusa oggi dopo cinque giorni di workshop, dibattiti, interessanti scambi di vedute con alcune centinaia di delegate e delegati di associazioni LGBT di tutta Europa.

Il tema della conferenza sembrava ispirato alla realtà italiana: Human Rights and “Traditional Values”: clash or dialogue?

Abbiamo fortemente voluto la conferenza a Torino in occasione del quindicesimo anniversario di Ilga-Europe, un anniversario festeggiato insieme ai personaggi che hanno fatto la storia del movimento europeo quali Angelo Pezzana che ha tenuto un bell’intervento nel panel dedicato alla celebrazione.

Tutto si è svolto in modo pressoché perfetto. In particolare sottolineo l’ottimo lavoro dei volontari, local staff, (fra gli altri il nostro Jonathan Mastellari), che hanno risposto ad ogni esigenza dei delegati in modo impeccabile.

Tutto si è svolto come da copione: arriva la conferenza di Ilga-Europe e le istituzioni, come per incanto, si muovono. A parte il saluto inviato dalla Presidenza della Repubblica che è stato molto apprezzato, a nessuno è sfuggita “l’anomalia” italiana che ha visto le istituzioni fare a gara a concedere il patrocinio alla conferenza (Senato, Camera, Ministero delle Pari Opportunità, ecc.) salvo poi considerarci cittadini di serie B. Ovviamente non è sfuggita ad Emma Bonino che, intervenendo in una plenaria, vi ha fatto riferimento. Se l’ipocrisia potesse essere convertita in energia, potremmo illuminare a giorno tutto il Continente

Da sempre, l’elemento centrale delle conferenze di Ilga-Europe sono i workshop.

Una opportunità unica di scambiare best practices, visioni diverse, di confrontarsi sullo stato dei nostri diritti nelle varie parti d’Europa, dalla Russia alla Scozia, dalla Norvegia a Malta. Anche in questo la conferenza diTorino non ha tradito le aspettative, rendendo possibile un ottimo livello di interazione.

La novità di quest’anno è stata la presenza di ben due workshop su argomenti inerenti i temi della salute, entrambi programmati al sabato pomeriggio ossia nel momento di massima presenza dei delegati. Mi sembra un segnale interessante e ritengo giusto sottolinearlo.

Dopo le differenze di opinione sulla presenza di preservativi nel delegate pack, argomento sul quale tornerò in conclusione, sottolineo con piacere il fatto che il primo workshop, dal titolo Towards inclusive health services for LGBTI people, è stato addirittura preparato e condotto dallo staff di Ilga-Europe, allo scopo di condividere e valutare le linee di indirizzo verso cui orientare l’azione dell’Associazione in ambito di politiche della salute.

Un workshop, quindi, molto interattivo dove ogni partecipante ha portato le proprie istanze. È stato molto interessante ascoltare le associazioni di persone trans dare indicazioni sui temi a loro cari, quali la depatologizzazione, e insistere su temi, come quelli relativi alle intersex persons, totalmente ignorati in Italia (ma, a ben vedere, non troppo popolari neppure in Ilga-Europe).

Il tema dell’HIV è stato affrontato, ed inserito nell’elenco, naturalmente sul piano della lotta contro lo stigma e la discriminazione, anche grazie al bell’intervento del delegato svedese (una volta tanto non ho dovuto né intervenire, né insistere… e anche questo è un segnale interessante).

Il secondo workshop è stato organizzato dal Cassero in collaborazione con la responsabile salute di Arcigay nazionale, Rebecca Zini, e lo staff di Ilga-Europe.

Abbiamo dovuto superare numerose difficoltà nell’organizzazione di questo workshop, ma il risultato è stato, senza false modestie, molto soddisfacente.

Il titolo, HIV in the LGBT community: health, stigma and human rights, ancorché non molto accattivante, ha richiamato un buon numero di delegati. Il workshop è stato suddiviso in tre slot. Il primo è stato condotto da Antons Mozalevskis, dell’associazione lituana Mozaika. Antons ha illustrato i dati emersi dallo studio europeo EMIS, al quale ha partecipato anche la nostra associazione, relativamente alla discriminazione subita o percepita in Europa dagli MSM, nonché i dati di prevalenza di persone MSM sieropositive.

È proprio grazie a EMIS che sappiamo che in alcune città italiane, la prevalenza di MSM HIV+ arriva a superare il 12% (Bologna!).
I dati conclusivi saranno presentati a Stoccolma durante la conferenza FEMP, alla quale parteciperà anche il Settore Salute del Cassero con una presentazione su HIVoices.

Il secondo slot è stato curato dal responsabile di EATG (European AIDS Treatment Group), l’ungherese Ferenc Bagyinszky. Ferenc ci ha spiegato come in tutta Europa le persone sieropositive subiscono un trattamento discriminatorio sul lavoro, limiti nella libertà di movimento anche all’interno dell’Europa, la criminalizzazione del contagio. L’intervento di Ferenc è stato molto concreto e ci ha fornito indicazioni su come cercare di superare questi ostacoli, per esempio attraverso la formazione rivolta ad avvocati, giudici, giornalisti. Attività che potremmo mettere in pratica fin da ora nelle nostre associazioni.

Il terzo ed ultimo slot è stato interamente dedicato ai laboratori HIVoices realizzati dal Settore Salute del Cassero nell’ultimo anno, ai risultati che hanno prodotto, nonché alla ricerca sociale realizzata su quello che ormai possiamo con fierezza definire un modello di intervento. La presentazione è stata curata da Emanuele Pullega (che conduce i laboratori con Filippo Porcari), insieme a Raffaele Lelleri che ha illustrato i risultati preliminari della ricerca sociale qualitativa e quantitativa che ha condotto, per conto del Cassero, sui partecipanti ai laboratori. I risultati definitivi saranno pubblicati su casserosalute.it entro il mese di novembre, tuttavia appare evidente fin dai primi dati la centralità dell’omofobia nel contagio, nella gestione e nell’accettazione della sieropositività.

È possibile scaricare la Presentazione, nonché l’opuscolo realizzato appositamente per l’occasione.

Ricorderete il mio articolo “no sex we’re Ilga-Europe”, pubblicato sempre su questo blog, nel quale denunciavo l’indisponibilità di Ilga-Europe a inserire un condom nel delegate pack come warning politico sulla situazione relativa ad HIV e altre STI nella nostra comunità.

Rispetto a questo problema ho constatato con soddisfazione che è stata adottata una mediazione interessante: sono stati messi un condom e un femidom non nel delegate pack, ma nel pacchetto informativo fornito dall’organizzazione. Il tutto accompagnato da un foglio sul quale era scritto che non si voleva interferire con la vita privata dei delegati e delle delegate, ma sottolineare l’importanza della tutela della propria salute in quanto diritto.

Ovviamente non è la stessa cosa, il comitato organizzatore non ha lo stesso peso di una associazione continentale, ma è anche del tutto evidente che l’azione è stata fatta in accordo con Ilga-Europe. È un passo nella giusta direzione e va riconosciuto.

Mi auguro che si continui sulla strada intrapresa.

La conferenza si è chiusa ufficialmente nella splendida cornice delle Officine Grandi Riparazioni che ospita una bellissima installazione sui 150 dell’Italia, con un toccante discorso del principale artefice della conferenza, Enzo Cucco, che ha ricordato la recente scomparsa di Enzo Francone, e un bell’intervento dell’onorevole Paola Concia che ha chiesto a Ilga-Europe l’apertura di un conto per l’Italia. Un conto non economico, ma di idee, buone prassi, azioni, perché la retriva leadership vaticana, che ha impedito che anche in Italia si realizzassero le riforme fatte negli altri Paesi, si configura sempre più come una leadership europea.

La prossima conferenza annuale avrà luogo a Dublino.

Sandro Mattioli
Responsabile salute
Arcigay Il Cassero
Bologna

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